La vera sfida di Montella al Milan, tra gioco e psicologia

Vincenzo Montella, allenatore del Milan
Vincenzo Montella, allenatore del Milan

Tra i tifosi milanisti un pacato senso di rassegnazione ha ormai sostituito da qualche anno le grandi ambizioni dell’epoca dei trionfi planetari. Ci sta. È comprensibile. A parte qualche arrabbiatura iniziale, quando ancora in bocca c’era il sapore dolce delle ultime imprese, i tifosi hanno capito in fretta che l’aria era cambiata. Non solo perché il Berlusconi spendaccione degli anni d’oro aveva chiuso i rubinetti, ma anche per la consapevolezza che il calcio europeo è fortemente cambiato e, ormai, senza l’innesto di capitali ingenti è quasi impossibile competere ad alto livello, soprattutto in Europa (la Juve è un caso a parte, che però dovrebbe fare scuola).

La cosa strana, però, è che questo stesso senso di rassegnazione si ritrova ormai anche tra gli addetti ai lavori e così, dopo la sconfitta per 4-2 di sabato sera, si sono sprecati commenti del tipo “Finalmente un gioco”, “Una squadra ritrovata” e simili. Commenti che non solo suonano un po’ paradossali, ma sono anche il segno del basso livello di aspettative che accompagna la squadra rossonera.

L’accoglienza molto buona riservata a Montella ricorda un po’ l’entusiasmo con cui poco più di un anno fa Mihajlovic entrava a San Siro. Sappiamo tutti com’è finita.
Montella è un allenatore giovane, di ottime prospettive. Ha dimostrato di avere grandi qualità e in due soli mesi di lavoro a Milanello sta già riuscendo a trasmettere al gruppo la sua idea di calcio positivo e propositivo. Una mentalità che solletica sia il gusto estetico dell’ormai ex presidente Berlusconi, che i palati raffinati dei tifosi milanisti, molto bene abituati da vent’anni di caviale calcistico.

Ma sia chiaro, Montella da solo non basta e non potrà bastare. La rosa è praticamente la stessa dello scorso anno e, a meno di essere così miopi da voler addossare tutte le responsabilità a Mihajlovic, è evidente che si tratta di un gruppo di giocatori di livello inferiore a quello Juventino e, probabilmente, anche a quelli romanista e napoletano.

Tuttavia, solo pochi mesi fa, Ranieri con il suo Leicester ci ha ricordato il motivo vero per cui il calcio è sport in grado di appassionare le folle: ancora oggi, in un’epoca di tecnologia esasperata, il successo è frutto di un’alchimia imponderabile di valori tecnici, tattici e valori umani, motivazionali.

Costruire un gruppo di uomini è il primo vero compito di Montella per riuscire a riportare il Milan ai livelli che gli competono. Ci aveva provato anche Mihajlovic, ma forse il carattere del serbo era un po’ troppo spigoloso per un gruppo composto da alcuni giovani promettenti, da fare crescere in esperienza e sicurezza, e da giocatori sì più consolidati, ma forse poco abituati a gestire responsabilità importanti come quelle che, inevitabilmente, ricadono sulle spalle di chi veste la maglia rossonera. Se Mihajlovic era forse più abituato ad usare la spada, Montella sembra più avvezzo al fioretto. È severo, certo. Molto severo. Se ne sono accorti tutti a Milanello. E non è un bontempone. Sembra però incline ad una gestione più “soft” dei suoi giocatori, senza peraltro disdegnare qualche tocco di sana ironia napoletana. E, certo, qualche sorriso in più può solo fare bene a umore e motivazioni di un gruppo ultimamente troppo spesso sulla soglia della depressione.

Se, lavorando su tecnica e tattica nel campo e su cuore e psicologia nello spogliatoio, Montella riuscirà a trasformare il suo gruppo di giocatori in un uniqum di uomini, guidati da una grande ambizione comune, allora forse non servirà attendere innesti milionari cinesi per rivedere sul campo una squadra in grado di tornare a camminare verso i successi che le competono.

In questo senso, i casi Kucka e Niang sono il primo banco di prova importante per l’ex Aeroplanino. Ingenuità come quelle compiute dai due, uomini chiave del suo progetto tecnico, sono imperdonabili. Il modo in cui Montella saprà trasformare questi errori in occasioni di crescita per il suo gruppo e la frequenza con cui gesti tanto inconsulti si ripeteranno (o meno) saranno le vere cartine di tornasole delle prospettive reali di questa squadra.

2 Comments

  • Credo che il Milan abbia un organico inferiore a Juve, Inter, Napoli e Roma, ma l’assenza di coppe e la potenziale esplosione di tanti giovani potrebbe davvero essere una sorpresa. Montella può fare la differenza.

  • Per provare a vincere il Milan deve paradossalmente dimenticare di essere Milan. Continuare a parlare dei tantissimi titoli passati é ormai un lenitivo per gli insuccessi presenti. Montella dovrà trasformare il Milan in una squadra operaia proprio come il Leicester o la prima Juve di Conte (che ha trionfato con Giak, Estigarribia, Pepe, Borriello, ecc).

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