Girando pagina con Sportmain: Giocare da uomo

libro zanetti

IL VIAGGIO DELL’ARGENTINO-ITALIANO – Il libro è un viaggio. Inizialmente uno fisico, con il ritorno a casa nei luoghi appartenuti all’infanzia – la vecchia casa dove abitava con i genitori, il campetto di Disneylandia, costruito dal padre per permettergli di sfogare la sua passione per il calcio assieme ai propri amici, i luoghi che frequentava da ragazzino – per poi diventare un lungo percorso sulla strada dei ricordi, dalle prime esperienze calcistiche con le sue delusioni, alle prime soddisfazioni e le rivincite prese, dagli anni giovanili con gli amici, i familiari e gli amori, al viaggio, da solo, a ritroso rispetto a quello che compirono i suoi antenati, con le stesse speranze e la stessa voglia di dare un senso nuovo alla propria esistenza, dall’arrivo all’Inter a rimorchio di quello che doveva essere l’acquisto principe (e che, invece, si perderà, irrimediabilmente, per sempre), agli anni delle delusioni e del sangue marcio, fino alle vittorie e alle nuove rivincite sulla sfortuna, sia quella vera che quella rigorosamente virgolettata, per chiudere con lo stop imposto dall’infortunio, il primo vero grave che patisce nella sua carriera, e tutte le speranze legate alla voglia di tornare. Un lungo viaggio formativo, in cui l’uomo cresce calcisticamente, pur all’interno di un rigore che Zanetti si porta dietro fin da bambino, partendo da un semplice pezzo della rosa fino a diventare uomo simbolo della squadra di cui vestirà la maglia per tutto il resto della carriera con una fascia al braccio dietro alle cui responsabilità non si nasconderà mai, fino a farne un simbolo della sua figura (diverrà per sempre il Capitano). Ma cresce anche umanamente, mettendo su famiglia, costruendosi una vita nel Paese che sente suo e vuole sia la patria di riferimento dei suoi figli, pur senza perdere mai il legame, fortissimo, con la sua terra, l’Argentina.

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LE PERSONE – Un viaggio che, inevitabilmente, incrocia la sua strada con quella di altre persone. E Zanetti non nasconde mai, lungo tutto il suo percorso, quali sono state le figure di riferimento, quali le delusioni e quali semplici storie di passaggio. Innegabile che la figura principe della sua vita sia quella del padre, a cui Zanetti fa spesso riferimento nel libro, ma la cui figura si sente aleggiare forte su tutta la carriera e la vita dell’uomo Javier. A lui si deve infatti la scelta del ragazzino deluso per le porte prese in faccia alle prime esperienze perché ritenuto gracile (!), che decide di andare a lavorare col proprio padre per dare una mano alla famiglia: intuendone le potenzialità, ma, soprattutto, rispettandone il grande amore per il calcio, sarà lui a convincerlo a non mollare – anche a scapito di una mano in più che sul lavoro non avrebbe fatto altro che bene – per non mettere in un cassetto i sogni senza la convinzione di averci provato fino in fondo.

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Poi i compagni, tanti, tantissimi, che Pupi ha visto arrivare e ripartire in maglia nerazzurra, dai più pittoreschi, come West, a quelli più talentuosi, come Recoba o Ibra o Sneijder, senza nascondere, però, mai i rapporti più forti ed importanti, quelli con gli argentini, Milito e Cambiasso su tutti, quello con Baggio, o quello con amici veri come Zamorano e, soprattutto, Cordoba.

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Anche gli allenatori rappresentano una figura significativa con cui, nel più classico viavai morattiano, Zanetti si deve confrontare. Intuibile il rispetto profondo per tecnici del calibro di Simoni, Cuper e Mourinho, di cui il Capitano apprezza non solo il lavoro sul campo, ma anche il grande lato umano. Insospettabile la grande considerazione per Hodgson, un tecnico che non ha portato grandi risultati e con cui Javier ha il più famoso e spettacolare, nonché l’unico, alterco della sua carriera dopo una sostituzione, ma per cui nutre un grande rispetto apprezzandone, soprattutto, le doti extracalcistiche. Sorprendente l’astio nei confronti di Tardelli, definito senza mezze misure il peggior tecnico che lo abbia mai allenato, accusato di supponenza, poca abilità tattica, testardaggine, oltre a macchiarsi del peggior peccato che un interista avrebbe potuto accettare: chiese esplicitamente la cessione di Zanetti. Per fortuna di tutti non fu riconfermato e al suo posto arrivò Cuper, che confermò Zanetti su un aereo ad alta quota.

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Senza dimenticare la figura principe del libro, la moglie Paula, la amigovia (neologismo inventato dal suocero quando ancora, agli inizi, uno Zanetti un po’ troppo grandicello usciva con una ragazzina ancora minorenne, che non era amiga, ma neppure novia, fidanzata) degli anni giovanili, la colonna portante del resto della vita, punto di riferimento costante, al punto che Javier nel libro spesso utilizza le stesse parole di Paula per definire una situazione o delineare un giudizio, come se quello rappresentasse il metro di giudizio a cui rapportarsi per definire il bene o il male delle cose. Parole sempre, comunque, importanti e fondamentali per Zanetti.

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I SENTIMENTI – Tanti i sentimenti che permeano lungo tutto il libro. La delusione per i rifiuti giovanili e la voglia di riscatto stimolata dal padre. La paura per il salto nel vuoto in Italia. La fiducia nelle proprie capacità che lo rende un insostituibile. L’amore per Paula e per la propria famiglia, associata al dolore di un’ultima telefonata mancata alla madre che morirà nella notte. La frustrazione degli anni delle sconfitte e delle delusioni pesanti, il 5 maggio su tutti. Lo scoramento di fronte alla richiesta di cessione di Tardelli e la prospettiva di trasferirsi al Real. Il senso di rivincita del dopo Calciopoli, solcato dal dolore per la perdita di Facchetti. Il rapporto profondo con Moratti, un secondo padre. La gioia delle vittorie degli ultimi anni con il suo culmine nel Triplete. Il dolore del primo stop forzato della carriera e la volontà di tornare almeno ancora una volta in campo. Sentimenti puri, veri, non nascosti, senza vergogna.

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L’IMPEGNO – Altro aspetto che permea il libro in tutta la sua lunghezza è l’orgoglio di essere argentino e il grande amore per una patria pur martoriata dalla politica e dall’economia, per cui Zanetti vorrebbe sempre fare di più. Spesso ne descrive la situazione, con quel senso di impotenza di chi vede una ferita ma non la può curare fino in fondo. Ma fa del suo. O almeno ci prova, ed ecco che negli ultimi capitoli arrivano i riferimenti alla beneficenza, i richiami al rispetto e all’uguaglianza e, soprattutto, la descrizione del lavoro che prova a fare la sua associazione, la Fondazione Pupi, cercando di porsi come isola felice e di riferimento per un’infanzia che, ogni giorno di più, è minata dal degrado e dalle attrazioni che droga e malavita offrono con facilità. Un grande senso di responsabilità civile che fa la dimensione, se ancora ce ne fosse bisogno, dell’Uomo Zanetti. Proprio come recita il titolo.

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IL GIUDIZIO – In generale è davvero un bel libro, che scorre bene, tra ricordi ed aneddoti, mai noioso, mai banale. Forse un po’ scolastico in alcuni tratti, in alcune descrizioni, come quando porge definizione dei personaggi di cui va a parlare, come se non si trattasse di figure che gli interisti, o gli amanti del calcio in generale, non possano conoscere. Forse un po’ politicaly correct nella descrizione di alcuni compagni, pur lasciandone trapelare un giudizio non del tutto positivo. Ma godibile. Un libro che ogni interista che si definisce tale non può non avere in bacheca, per conoscere la storia e il pensiero di una delle figure più belle che abbiano vestito la maglia dell’Inter negli ultimi 20 anni. E da cui ci sarebbe tanto da imparare nella dimensione del simbolo che è stato e che continua ad essere. Forse un libro che potrebbe leggere ogni appassionato di calcio.

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Titolo: Giocare da uomo. La mia vita raccontata a Gianni Riotta.
Autore: Javier Zanetti e Gianni Riotta
Pagine: 292
Editore: Mondadori
Pubblicazione:
15 ottobre 2013

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