NBA: un’analisi dopo le prime 15 partite

PRIMI RISCONTRI – Più o meno tutte le squadre hanno raggiunto la boa delle prime quindici partite, e si può cominciare a tirare un po’ le somme di ciò che ha detto il campo. Qualcuno è partito bene, qualcuno male, qualcuno come ci si aspettava, ma di certo le sorprese non sono mancate: l’inizio turbo dei Thunder, con un Westbrook surreale alla caccia dell’MVP, sembra già essersi esaurito (stanotte ancora sconfitti dai non certo irresistibili Kings), mentre i Lakers di Luke Walton hanno alzato utleriormente l’asticella del tiro pesante, con risultati straordinariamente buoni: utilizzando uno smallball estremo, quasi sempre con quattro guardie in campo, guardare un incontro dei gialloviola è quasi come spiare uno shootaround, la rifinitura prepartita dedicata quasi interamente al tiro. Una pioggia di bombe, per capirci. Gli Charlotte Hornets sono lanciatissimi a Est, nonostante la sconfitta casalinga di stanotte contro gli Spurs, mentre i Mavs sprofondano subito nelle paludi degli infortuni.

EASTERN CONFERENCE – I Cavs hanno già attivato la modalità “torre di controllo”, che consiste nell’osservare tutto dall’alto, stando attenti a non farsi male: LeBron ha iniziato la stagione in DeFonseca, nel primo quarto non guarda mai il canestro, permettendo a Love, Irving e compagnia cantante di sparare da tre come dei forsennati. “Profumo di casa” Howard è stato davvero l’iniezione di fiducia che serviva agli Hawks per confermarsi, dopo una free agency potenzialmente letale in cui hanno deciso di dare il ben servito a Horford e Teague. I Celtics, nonostante l’infortunio del sopracitato Horford, sono in buona posizione, mentre ci si aspettava qualcosina in più dai Raptors, sempre più in mano ad un incontenibile DeRozan. Le due grandi scommesse, Knicks e Bulls, hanno iniziato un po’ in sordina, soprattutto perché hanno entrambe cambiato tanto, ma sembrano sulla buona strada: l’asse Rondo-Wade-Butler appare funzionante e funzionale, con Porzingis che comincia seriamente a terrorizzare anche l’Occidente (21p e 7r di media col 40% da tre). Come da pronostico, Bucks e Pistons si giocheranno un seme in post-season, mentre le vere delusioni sono gli Indiana Pacers e gli Orlando Magic: partiti malissimo, stanno dando segni di vita solo ora, ma non è facile puntare in alto dopo un avvio simile.

WESTERN CONFERENCE – La provocazione sulla bocca di molti è questa: e se fosse davvero l’anno dei Clippers?! Dopo i tanti fallimenti e a dispetto di una squadra già rodatissima, ad inizio stagione era difficile pensare ai losangelini, specie con la concorrenza piuttosto agguerrita di Golden State; il fatto è che proprio gli Warriors, nonostante le incredibili qualità, sono ancora da fare, mentre la solidità del progetto è proprio l’asso nella manica di Paul e soci. E gli Spurs? Come sempre, ci sono anche loro: sette vittorie consecutive sono riuscite a cancellare la difficile partenza casalinga, con i ragazzi di Popovich che perdono tre delle prime quattro all’AT&T Center (l’anno scorso 40-1 perdendo solo l’ultima stagionale per mano di Curry). Molto bene i Grizzlies e i Jazz, e che dire dei Rockets di Harden: la scommessa di D’Antoni, spostare il Barba in cabina di regia, paga salati dividenti (vicino alla tripla doppia di media!), ma reggerà sulle 82 partite? L’amaro in bocca, ad Ovest, lo lasciano Mavs e T-Wolves: fragilissimi i primi (Bogut, Nowitzki e Barea già ai box), poco organizzati i secondi, con coach Thibodeau, maestro difensivo, ancora incapace di disciplinare i giovani sparatutto Towns, Wiggins e LaVine nella propria metacampo.

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