Girando pagina con Sportmain: I Mondiali della vergogna

i mondiali della vergogna

IL MONDIALE CHE NON SI DOVEVA GIOCARE – Il libro è un lungo, dettagliato, contestualizzato e giustificato atto d’accusa verso la disputa del Mondiale di calcio del 1978, in Argentina, per quello che rappresentò, per quello che mascherò, per l’uso sbagliato che ne venne fatto, per la celebrazione ingiustificata che ancora lo accompagna. Il Mondiale d’Argentina del 1978 rappresentò, infatti, uno di quei, fortunatamente rari, casi in cui il calcio si lega profondamente alla storia, a quella di un Paese e, di conseguenza, necessariamente, a quella del mondo, ma lo fa in modo sbagliato, non come fuga da un presente opprimente (basti pensare ai campionati di calcio giocati durante le guerre o alla celebre partita di Natale giocata tra inglesi e tedeschi nella terra di nessuno tra le opposte trincee durante la prima guerra mondiale), ma come, esso stesso, mezzo di propaganda e di celebrazione, con lo scopo di celare nefandezze e prevaricazioni. L’antefatto è noto: nel 1976, con un colpo di stato, Isabella Peron fu deposta da una giunta militare, che prese il potere sotto la guida di Jorge Rafael Videla, che, sotto l’algida definizione di “Processo di Riorganizzazione Nazionale”, instaurò una dittatura, caratterizzata da un forte processo di repressione di tutto ciò che era avverso al potere, fossero comunisti, pacifisti, peronisti, manifestanti, rappresentanti del vecchio potere o, anche, soggetti sgraditi all’interno dello stesso sistema governativo. Da qui nacquero i tristemente noti desaparecidos, le persone che, improvvisamente, sparivano, rapite e incarcerate dalle apposite squadriglie del governo, torturate e, troppo spesso, eliminate con lanci da un aereo in pieno Oceano. Da qui nacquero le cosiddette Madri, i parenti delle persone scomparse che, pur sapendo di mettere a repentaglio la loro stessa vita, scendevano regolarmente in piazza per bucare la cortina del silenzio e chiedere la restituzione dei propri cari. In mezzo a tutto questo, nel 1978, si inserì il Mondiale di Calcio.

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Il dittatore Videla

DA PESANTE EREDITA’ A PURA PROPAGANDA – Un Mondiale che la giunta militare si ritrova sul groppone: ricercato ed ottenuto durante il governo Peron, Videla e i suoi si trovano di fronte al fatto già compiuto. Perfino il logo scelto è peronista: l’immagine rappresenta le braccia di Peron che avvolgono un pallone.  Interessati più a impegni militari e governativi, ed essendo Videla quasi digiuno in materia calcistica (è un tenue tifoso di basket), l’organizzazione del Mondiale viene vista come un peso poco gradito. Poi, però, se ne intuiscono le potenzialità, soprattutto da un punto di vista propagandistico: un Mondiale ben organizzato può essere un’ottima vetrina per l’Argentina e il suo nuovo governo; la presenza della stampa internazionale e gli occhi del mondo puntati addosso possono essere l’occasione per mostrare a tutti la bontà del lavoro della giunta militare, la pericolosità degli oppositori, tacciati come terroristi ed ottenere, così, la consacrazione a livello internazionale. Comincia così a muoversi il grande carrozzone che avrà ripercussioni su tutta l’Argentina. Innanzi tutto le spese folli per l’organizzazione, tutte documentate nel libro, esorbitanti, sproporzionate e inutili. Quindi la propaganda a mezzo stampa compiacente, con il coinvolgimento anche di quella internazionale, tra cui quella italiana, portata tra gli esempi del libro, per mostrare che le voci circa il sistema repressivo argentino sono solo fandonie e la vita in argentina è bella e piacevole e il governo proteso solo all’interesse ultimo del benessere e della prosperità della propria nazione. In mezzo a tutto questo un’opposizione da tenere a bada.

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Il logo dei Mondiali 78: le braccia di Peron attorno ad un pallone. Per la propaganda si può accettare anche questo

IL SOTTILE CONFINE TRA STRUMENTO DI TORTURA ED OPPIO DEI POPOLI – Ovviamente, in tutto questo processo di propaganda, chi è contro deve essere messo a tacere. E questo rappresenta il filo conduttore del libro, che percorre tutta la storia come una sottotraccia fondamentale agli eventi sportivi. Non è difficile pensare che il processo di repressione si intensifichi in questo periodo, in cui gli stessi oppositori intuiscono che la vetrina internazionale può essere il modo per rendere pubbliche le nefandezze di Videla. Buona parte dei cosiddetti montoneros, i peronisti di sinistra, massimi oppositori del regime, lavora dall’estero, dove è stata costretta a rifugiarsi, portando avanti una contropropaganda che vorrebbe, innanzi tutto, il boicottaggio delle Federazioni internazionali. Ma sapendo cosa rappresenta il calcio, è facile immaginare il muro di gomma trovato da questi uomini. Rare e sporadiche prese di posizione, velati atti d’accusa mai finalizzati a dovere: alla fine nessuna nazione boicotta, neppure le più impegnate nell’ambito della difesa dei diritti, come l’Olanda; i boicottaggi personalizzati di alcuni giocatori vengono sminuiti dallo stesso autore, che porta l’esempio di Cruijff, la cui assenza dal torneo viene vista più come un atto di paura per la propria incolumità che un reale atto di protesta; ma perfino i pochi segni di partecipazione messi in atto da alcuni giocatori in terra argentina, come quelli che avrebbero partecipato ad una marcia delle Madri, vengono messi in dubbio. Insomma una dura condanna all’omertà e alla connivenza dell’intero apparato del calcio, che non riesce a prendere le distanze fino in fondo dal suo ruolo di carrozzone che deve andare avanti immune alle disgrazie che lo circondano. E se da una parte nel 78 divenne anche uno strumento di tortura per i reclusi, o perché privati della possibilità di ascoltare le partite nella solitudine delle proprie celle, o perché costretti ad ascoltarle forzatamente durante i momenti di massima agonia tra le urla di gioia dei propri aguzzini, dall’altra dimostra ancora di essere una sorta di oppio dei popoli, se è vero che, alla fine, gli stessi montoneros scenderanno in piazza a festeggiare, perché, in fondo, quella rappresentava una delle poche gioie che il popolo argentino si sarebbe potuto concedere in quel periodo.

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Cruijff, il grande assente: vero boicottaggio o semplice paura?

UN CAMMINO LASTRICATO – Facile immaginare, che, comunque, al centro del libro ci sia la narrazione anche del torneo in sé, letto, però, non più come evento sportivo, ma come fenomeno indispensabile allo scopo finale. Ovvio immaginare che, se il fine della sua realizzazione è quello propagandistico, una conclusione con vittoria sia la celebrazione suprema, il finale ideale per glorificare l’Argentina e il suo nuovo corso. E la vittoria finale arriva. Ed è sul come che si concentra il libro. Dopo il primo girone, che l’Argentina supera non senza qualche piccola difficoltà vista la sconfitta con l’Italia, tutto si svolge al fine di ottenere il target finale. A favorire il tutto la compiacenza di Havelange, che nulla fa per mettere i bastoni tra le ruote, a cominciare dall’avvallare il fatto che, nella seconda fase, il girone dell’Argentina sia l’unico a non terminare con le due partite giocate nello stesso momento, come da sempre si fa per evitare calcoli e macchinazioni, ma vede la partita dei padroni di casa in programma a risultato acquisito da parte del Brasile. Sapere fin da subito che per passare il turno siano necessari 4 gol di scarto contro il Perù risulta fondamentale. Fondamentale soprattutto per la macchina organizzativa che fa di tutto per ungere i rapporti con gli avversari e ridurli a più miti consigli in corso di partita. Così un intero capitolo è dedicato alla farsa del match Argentina-Perù, in cui si parlò di forti offerte da parte del governo di casa a quello peruviano, in termini di denaro e derrate alimentari, oltre a interessanti tangenti ai singoli giocatori. Nulla è stato mai dimostrato e non si è mai ottenuta alcuna ammissione da parte dei protagonisti (salvo qualche abboccata), ma il fatto che la squadra che fin lì era stata l’autentica rivelazione del torneo, passò il giorno prima dell’incontro a far shopping e chiuse la partita con un pesante 0-6 più di un dubbio lo lascia. Neppure lo spettro del doping è stato mai escluso e, anzi, alcune testimonianze future sembrarono indirizzare verso quella direzione. La finale giocata, e vinta, tra evidenti favori arbitrali di un Gonnella, arbitro italiano, del tutto accomodante, chiude il cerchio, che trova il suo corollario nella concessione fatta allo stesso Videla, per la prima e unica volta nella storia, di consegnare il trofeo ai vincitori al posto dei rappresentanti della Fifa.

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L’insolita consegna della coppa da parte di Videla

STORIE – Tra le varie storie che si intrecciano nel libro, due destano curiosità. Una è quella di un giovanissimo Maradona, gioiello implume di belle speranze, ma ancora non tali da convincere il selezionatore a portarlo con sé. Si vive con lui gli attimi della speranza fino al momento della proclamazione della rosa ufficiale, la rabbia della scoperta di essere stato escluso che ne mostra già la personalità (ignaro di quale sarà la sua storia, sentendosi tradito da Menotti per avergli negato il Mondiale, non andrà tanto per il sottile nelle interviste successive nei confronti del selezionatore), la decisione ferrea di non seguire le partite del mondiale, fino al cambio di direzione per la finale, vissuta dagli spalti con tanto di lettera di incoraggiamento per i colleghi e il loro allenatore. E fino al veleno sputato su Passarella, soprattutto, e compagnia nell’età matura da Re del calcio. L’altra è quella dello stesso Menotti, scelto come selezionatore dal governo militare nonostante le sue dichiarate idee di sinistra. Lui compirà il suo lavoro ligio alla causa, chiusa in modo trionfale. Fin troppo ligio se è vero che, dall’alto delle sue idee, non trovò mai modo, neppure negli anni a venire, di spendere parole di accusa verso quello che il regime fece durante il torneo.

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Menotti e Maradona in un raro momento di tranquillità

L’AUTORE – L’autore è Pablo Llonto, giornalista e avvocato argentino, già autore di altri libri d’inchiesta. Scrive questo libro con grande cognizione di causa: da giornalista lavorò per la pagina sportiva del quotidiano argentino Clarin proprio nel 1978; da avvocato, lungo la sua carriera ha rappresentato molte famiglie di desaparecidos.

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GIUDIZIO – Libro davvero bello e interessante. Consigliato per tutti quelli che sono appassionati di storia del Calcio e delle sue interazioni con la Storia vera. Dettagliato, ben contestualizzato, scrittura fluente e scorrevole, trascina il lettore anche nelle parti in cui descrive in modo più minuzioso rapporti politici piuttosto che sportivi. Un libro da leggere per non fermarsi alla semplice facciata di un titolo vinto da una squadra, per non considerare un torneo mondiale solo come un insieme di partite, ma per contestualizzarlo storicamente e scoprirne gli scheletri, termine mai così vero, nell’armadio posto dietro al palcoscenico e ai suoi eroi.

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