Girando pagina con Sportmain: Se no che gente saremmo

Se no che gente saremmo

ATTO D’AMORE – Il libro è, inequivocabilmente, un bell’atto d’amore di un figlio verso il proprio padre. Non un padre qualunque, ma un uomo che è stato un simbolo per tante persone. Soprattutto interiste, ma non necessariamente, avendo rappresentato, a lungo, uno di quegli atleti la cui immagine e correttezza ha vissuto di un trasversalità riconosciuta. Ma, per Gianfelice, l’autore di questo libro, ovviamente questa popolarità è stato solo un elemento marginale di una quotidianità che, ad occhi esterni, invece, sorprende per la sua normalità. Insomma, il libro rappresenta il racconto di un percorso che potrebbe essere quello di un ragazzo qualunque di una famiglia qualunque e che costituisce proprio la bellezza e la particolarità di questa storia. Il racconto non è lineare, non è una storia che si dipana secondo una sequenzialità temporale continua e precisa, ma vive di immagini che si sovrappongono, di percorsi temporali che si accavallano, ma che, se letti nella loro essenzialità, mostrano la storia del rapporto tra un ragazzo e il proprio padre, un rapporto non facile, meno idilliaco di come ci si aspetterebbe: i progetti di Giacinto per il giovanissimo Gianfelice, disattesi fin da subito, da quelli sportivi, con un percorso da portiere solo accennato e mai sviluppato davvero fino in fondo, a quelli lavorativi, con le speranze di una partecipazione alla società assicurativa di famiglia, ben presto abbandonati a favore di scelte considerate opinabili e poco condivisibili. Un percorso, insomma, che parte male, con un muro contro muro che pare allontanare i due, fin da quando Gianfelice si sente inadatto al ruolo di assicuratore e preferisce quello di barista, perfino nel bar davanti alla sede del Milan, dove si presenta solo come omonimo del Capitano interista, ma che poi si sviluppa nel tempo e vede un lento riavvicinamento per volontà di entrambi, lento e non facile, che si chiude, però, nel migliore dei modi, con un Giacinto primo spettatore entusiasta dei lavori del figlio, vicino anche quando l’Inter lo porta lontano. Finché il destino non farà il suo intervento in scivolata.

Un giovane Giacinto ai primi calci con un Gianfelice bambino

ORGOGLIO E IDENTITA’ – Il rapporto tra Giacinto e Gianfelice che trasuda dal libro è qualcosa di forte e profondo. Qualcosa che va oltre il rapporto di un figlio con il proprio padre perché, ben presto si trasforma, a causa delle vicende della vita, in orgoglio e appartenenza. La fragilità del gigante Giacinto, di Giacinto Magno, come lo chiamava il giornalista ed amico Arpino, di fronte all’ineluttabilità della morte colpisce profondamente, soprattutto nella narrazione attraverso gli occhi di un figlio che non lo vorrebbe veder andar via ora che ha recuperato un rapporto in modo importante, che vede la figura di un nonno speciale sparire prima ancora che i nipoti la possano goderne fino in fondo, da quelli nati da poco, a quelli che nasceranno da lì a poco, come il suo. Che deve vivere il dolore profondo del distacco, mentre intorno le onde di Calciopoli, che in quei giorni si sta sviluppando in modo determinante, cercano di portare rifiuti anche al porto del grande Giacinto. La rabbia per quel tentativo di attaccare in modo becero e vile quel simbolo di trasversalità di cui si parlava sopra, sviluppa ancor più quel senso di appartenenza che, dopo la morte, diventa ricerca. Ricerca iconografica, partendo dal bellissimo regalo della moglie che riesce, con un lavoro spasmodico e certosino, a raccogliere quasi tutte le figurine prodotte nel mondo e raffiguranti Facchetti. Ricerca per portare ovunque un ringraziamento a tutti quei tifosi che sono stati vicini al loro grande Capitano nel momento più triste, partecipando in prima persona a tutti gli inviti dei Club per cene dedicate al padre (in mezzo, anche, a pacchiane e poco delicate commemorazioni, al limite dell’imbarazzante). Ricerca di giustizia e verità, cercando di portare, in prima persona, quelle testimonianze che il padre non potrà più portare nei vari processi ancora in atto. Per testimoniare. Per difendere l’immagine del padre. Per confutare infamie e illazioni sul suo passato dirigenziale. Per tenere alto, laddove deve stare, il nome Facchetti.

UNA CARRIERA ESEMPLARE – Non difficile immaginarlo: la carriera del Grande Giacinto è la sottotraccia del libro. Partendo già dal primo capitolo, dedicato al momento più alto della sua carriera, il bellissimo gol al Liverpool nella rimonta della semifinale di ritorno della prima Coppa dei Campioni conquistata dall’Inter di Herrera. Poi si passa attraverso la cantilena dalla formazione della Grande Inter, il bellissimo rapporto con il Mago, che farà sì che i quaderni di appunti dell’allenatore, alla sua morte, arrivino in mano a Facchetti, il grande orgoglio di vestire la maglia della Nazionale, coronato con la vittoria dell’Europeo del ’68 e la partecipazione alla partita del Secolo, Italia-Germania 4-3, a Messico ’70 (una delle ultime partite, tra l’altro, viste in tv da padre e figlio negli ultimi giorni prima dell’aggravarsi delle condizioni di salute), oltre alla chiamata di Bearzot come Capitano non giocatore ad Argentina 78, quando lo stesso Giacinto si era tirato indietro non ritenendo le sue condizioni adatte a partecipare alla spedizione, con grande senso di responsabilità. Gianfelice la ripercorre tutta tra immagini, espedienti, come quello della partita vista in televisione, testimonianze dei tanti compagni avuti in carriera, degli amici di sempre, dei giornalisti. Uno di questi, Arpino, diventerà addirittura un amico di famiglia, tanto da essere chiamato a fare da padrino proprio al battesimo di Gianfelice, con un aneddoto da cui deriverà il titolo del libro: Facchetti lo sceglie dopo una promessa fatta in Germania, ma lo invita al battesimo senza specificargli che sarà il padrino, dandolo per scontato, ma, così, lo coglie completamente di sorpresa; alla frase della moglie che rimprovera Giacinto di non essersi spiegato, lui risponde “Ma quali spiegazioni. Nella vita si dice una cosa ed è quella. Se no che gente saremmo.”

L’AUTORE – L’autore è, come detto, Gianfelice Facchetti, figlio dell’ex Capitano nerazzurro. E’ un artista a tutto tondo, scrittore, regista, attore. Diverse le opere teatrali di cui è autore e regista, alcune di tema sportivo, come l’ultima a cui sta lavorando, dedicata alla vittoria del campionato di Guerra del ’44 dei Vigili del Fuoco della Spezia. Come attore ha recitato in 6 film, tra cui, anche in questo caso, alcuni a tema sportivo, come quello dedicato al Grande Torino e quello a Pantani. Questo è il suo quarto libro, scritto nel 2011, che contiene anche testimonianze fotografiche della carriera e della vita privata del padre.

GIUDIZIO – Un bel libro davvero, molto intimo, molto personale, ma allo stesso tempo straordinariamente biografico, seppur sotto un punto di vista diverso rispetto ai classici libri a lui dedicati, di uno dei campioni più grandi della storia del calcio italiano. Lettura scorrevole, nelle pagine risultano lampanti le capacità artistiche dell’autore, capace di creare immagini poetiche senza appesantire la lettura, ma rendendola comunque fluida e piacevole, al punto che ci si sente trascinati lungo le pagine da un flusso che diventa difficile abbandonare e che porterebbe dritti fino alla lettura tutta d’un fiato. Un’opera che accontenta sia chi vuol conoscere qualcosa sulla biografia del Grande Giacinto che chi vuole scavare più approfonditamente il rapporto tra un figlio e l’immagine ingombrante di un padre famoso, scoprendone la straordinaria normalità. Una lettura consigliata, inequivocabilmente, per tutti i tifosi dell’Inter e, in particolare, quelli che hanno amato e continuano ad amare il loro Capitano, ma anche a chi apprezza la storia del calcio in generale e i suoi incroci con la vita comune di tutti i giorni e, soprattutto, chi ha imparato a conoscere ed apprezzare il lavoro artistico di Gianfelice Facchetti.

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