Campione D’Italia Per Un Solo Giorno. Storia Di Uno Scudetto Dimenticato. Quinta Puntata: cronaca dell’intervista a Gianfelice Facchetti e Martino Corti

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Nel calcio esiste una forma di orgoglio verso le origini e la storia, non c’è dubbio. Ma è un orgoglio strano. Il tifoso è, senza dubbio trasportato dalle emozioni del presente, vive le stagioni intensamente, modula i propri umori su quelli che sono i risultati e in qualche modo li riversa sulla squadra. Poi le stagioni finiscono e il giorno dopo, quello che è successo è già storia. La memoria a volte deve essere forzatamente corta, alcune stagioni vanno dimenticate in fretta, rimosse dagli annali delle menti del tifoso, come non ci fossero mai state, pronti presto a viverne un’altra. Quello che è più bello ricordare sono i periodi felici e, soprattutto, quelli vincenti. Ma, anche qui, l’attaccamento e l’orgoglio più forte sono per quelle esperienze che si sono vissute in prima persona. Più si va in là con gli anni e più è difficile conservare un senso di appartenenza e di vero trasporto nella memoria. Eppure la storia di una squadra di calcio è già di per sé un romanzo bellissimo, che deve ai suoi alti e ai suoi bassi l’unicità di quella realtà, fosse fatta anche solo di derby vinti tra i campi polverosi di provincia. E ogni tifoso dovrebbe conoscerla e rispettarla ed esserne orgoglioso. Se poi, tra quei derby infuocati su campi poco curati di provincia e qualche puntata fino alle serie più alte, c’è anche uno scudetto, d’onore o vero che sia, il senso di appartenenza dovrebbe essere ancora più forte. Anche se quel pezzo di storia è stato scritto più di 70 anni fa. Dovrebbe far venire i brividi e bagnare gli occhi ogni volta che lo si ricorda…

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Proprio per quei brividi e quegli occhi lucidi, una domenica salgo in macchina e copro 220 Km di strada per andare in un’altra città, Milano, che di storia calcistica ne avrebbe già in abbondanza, a sentire raccontare il pezzo più bello della storia della mia squadra del cuore. E’ una cosa insolita, eppure così straordinariamente grande ed emozionante, che va oltre una strana diceria che serpeggia in città, per cui se a parlare della storia della squadra è uno che non fa parte della città, al tifoso aquilotto questa cosa non interessa. A me interessa moltissimo, emoziona e rende pieno d’orgoglio, per cui mi balena pure un’idea: visto che scrivo per questo sito, perché non organizzare un incontro con chi queste cose da “foresto” ha avuto il coraggio di farle davvero? Ci riesco a parto. Moglie al seguito, povera vittima della mia passione, a cui la cosa, giustamente, poco interessa. Ad attenderci a Milano, appena fuori dello Spazio Avirex Tertulliano, dove andrà, di lì a pochissimo, in scena “Eravamo quasi in cielo” lo spettacolo teatrale di Gianfelice Facchetti dedicato allo scudetto di guerra del 42° Vigili del Fuoco della Spezia, c’è Martino Corti, l’autore della canzone “Addio domeniche tranquille” dedicata allo stesso argomento. Martino l’ho già conosciuto al Picco, quando ho partecipato alla realizzazione del video, là in fondo con la mia bandiera, andando contro un poco lungimirante comunicato del tifo organizzato. Persona disponibile allora, disponibilissima adesso che è stato il mio gancio per organizzare tutta la serata. Ci accoglie sorridente come fossimo vecchi amici. Martino è una persona solare la cui simpatia non è un artificio ad uso dei suoi monologhi pop, ma la si respira anche in sua presenza. Soprattutto è un artista innamorato del suo lavoro, che non racconta storie a caso nelle sue produzioni, ma plasma emozioni che sente forti. Il fatto che una di queste sia stata la storia dei Vigili del Fuoco è quindi molto significativo. E ogni volta che parlo con lui sento molto questa sensazione: l’amore per questa storia traspare dalle sue parole, anche oltre l’amarezza di fondo per un lavoro che poteva esser realizzato meglio se non ci fossero stati strani muri di gomma contro cui rimbalzare. Lui non ne parla perché ha rispetto delle persone, ma quel comunicato una bella ferita gliel’ha lasciata sicuramente. Per fortuna pochi giorni dopo allora è nata la sua prima figlia. E allora tutto passa in secondo piano….

Ritiriamo i biglietti e ci viene consegnato il nostro album con le relative figurine da attaccare. Per un patito delle figurine come me è una bellissima sorpresa: due pagine con le immagini più significative di quella storia. Ci accomodiamo ai nostri posti riservati. Il Tertulliano è un bellissimo teatro: piccole dimensioni, da teatro off, posti ridotti, ma estremamente raccolti attorno al palco, così da sentirsi quasi in scena con gli attori, acustica perfetta, visione ottimale, si respira le emozioni di chi sta recitando, forse ancor più che un teatro normale. Le luci si abbassano e poi si va in scena. La scenografia è minimal, ma perfettamente adatta alla rappresentazione, e le modifiche in divenire, con la comparsa dei cartonati, sono efficacissime per il racconto che si dipana. Quattro persone con maglia bianca e pantaloncini neri. Stacco gli occhi dalla scena e penso che siamo a Milano a vedere i colori delle aquile sul palco. Ed ho brividi. Alla prima frase “Noi siamo lo Spezia!” la pelle d’oca sale. La presenza scenica di Facchetti è impressionante, il suo racconto fluido e l’accompagnamento del terzetto di fiati è ideale. Sta raccontando una storia di calcio, ma la fa diventare una storia di uomini e di vita. Le emozioni trasudano dalle sue parole anche quando snocciola a memoria le formazioni. La rappresentazione arriva alla fine. Io ho un filo di lacrime sotto gli occhi e un’emozione profonda nel cuore. Mi giro e vedo mia moglie che si spella le mani per applaudire, quindi il messaggio di Gianfelice è arrivato forte: quella è stata una bellissima Storia di Uomini che va oltre la mera cronaca calcistica. Anche chi non ama particolarmente il calcio non può che emozionarsi. Ora c’è solo da attendere che Facchetti esca dal teatro.

Quando esce ci viene incontro e ci saluta con la massima naturalezza possibile, di quelle che mettono subito a proprio agio. Gli occhi trasmettono la stessa forza di papà Giacinto, le linee del viso sono nette come quelle del Capitano, ma non dà il tempo di sentirsi in soggezione perché ha la colloquialità di chi ti conosce da anni. La sensazione che provo in sua presenza è proprio quella di rivedere un vecchio amico. E come vecchi amici ci dirigiamo in pizzeria, io, lui, mia moglie, Martino e Giuseppe Scordio, il direttore artistico del Tertulliano, e ci sediamo al tavolo parlando di calcio. E’ il giorno dopo Spezia-Pisa, il derbissimo che, chiuso sul pareggio, rischia di complicare la vita per gli aquilotti nella corsa ai play off. Soprattutto è la sera di Roma-Juve. Quando ci sediamo al tavolo il risultato è già fissato sul 3-1. Siamo quattro interisti allo stesso tavolo, mentre Gianfelice e Martino aspettano le loro pizze non si può far a meno di commentare il risultato, di parlare delle ultime partite di Totti, di commentare la grande difficoltà dello Spezia a portare in porto la qualificazione agli spareggi. Di Inter, invece, c’è poca voglia di parlare. E chi ce l’avrebbe dopo un’annata così. Per Facchetti, poi, che la vive da più vicino di tutti quanti è una vera e propria agonia e preferisce parlarne il meno possibile.

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Tra chiacchiere e risate le pizze vengono finite, quindi attacco con la prima domanda

La prima domanda è d’obbligo: cosa porta due persone tanto lontane dalla realtà spezzina ad interessarsi ad una storia, fin qui, con così poco appeal calcistico?
GIANFELICE FACCHETTI: Per me la cosa è stata molto semplice: a mio padre avevano regalato una copia di “Un giorno di allarmi aerei” di Armando Napoletano. Lui l’aveva letta ed era rimasto affascinato da questa storia, al punto che l’aveva data a me dicendo che dovevo assolutamente leggerlo, perché era una storia che dovevo conoscere e che mi sarebbe piaciuta. Anche per lui era incredibile che una storia così affascinante non avesse la giusta rilevanza. Per un po’ è rimasta in un cassetto, poi ho sentito che era arrivato il momento di raccontarla e così è nato lo spettacolo teatrale.
MARTINO CORTI: Anche per me la spiegazione è semplice e deriva da quella raccontata da Gian: fu proprio lui a raccontarla a me, dicendo che forse avrebbe potuto ispirarmi una canzone. Ho trovato fin da subito la storia bellissima, quindi ho cominciato a lavoraci e dalla collaborazione con Luca Nobis è nata Addio domeniche tranquille. Tra l’altro sulla prima stesura della canzone c’è anche un piccolo aneddoto che coinvolge ancora Gian. Registrammo in studio il singolo, contenente la strofa, riferita al girone finale, “col Bologna fu pareggio, col Torino gran vittoria“. Quando la feci sentire a lui, mi disse: “Ma sei sicuro che in finale incontrarono il Bologna?” Ovviamente andai a controllare e fui costretto a tornare in studio solo per registrare solo “Venezia” da sostituire nella canzone. Dopo tanto entusiasmo per la storia riscoperta stavo per farne uscire una versione sbagliata…

Tra le risate, le rassicurazioni (alla fine l’errore non era così gravemente campato in aria, visto che il Bologna fu incontrato nella semifinale, quella giocata prima che col Venezia) e il mio cuore nerazzurro pieno d’orgoglio per aver scoperto che la storia del mio Spezia entusiasmò il Grande Capitano, proseguiamo con l’intervista.

Ho recentemente recensito per Sportmain il libro “I Mondiali della Vergogna”, dedicato ai Mondiali d’Argentina del ’78, in cui il calcio entrò prepotentemente nella cronaca, da una parte strumento di propaganda e perfino di tortura della dittatura Videla, dall’altra valvola di fuga dalla realtà del popolo oppresso. Riferendomi anche alla vicenda dei Vigili del Fuoco, secondo voi, quindi, il calcio può essere non solo un gioco, ma un elemento parte integrante della storia stessa dei popoli?
GF: Quello del calcio è spesso un mondo a sé stante, che riesce ad isolarsi dalla storia che gli sta attorno. Mio padre partecipò a quel Mondiale d’Argentina, come Capitano Non Giocatore perché lui si era ufficialmente tirato indietro, ma vollero che andasse lo stesso come figura carismatica. Mi disse, però, che per loro era difficile rendersi conto di quanto stesse accadendo loro attorno: vivevano al villaggio, si preparavano alle partite, certo, si rendevano conto delle persone che giravano con i mitra per strada, ma erano come in una bolla che li teneva isolati da quanto accadesse fuori. Erano giovani lì per giocarsi un Mondiale e non era facile capire fino in fondo cosa stesse accadendo davvero. A livello generale è comunque difficile che il calcio si emancipi completamente dalla realtà del mondo.
MC: Per me sì, il calcio può diventare una parte integrante della storia. Non conosco a fondo la storia dei Mondiali d’Argentina, ma se in quei momenti così drammatici il calcio era una fuga dalla tremenda realtà che li circondava, anche quello è per forza Storia. E che dire della vicenda dei Vigili del Fuoco: in quel preciso momento storico così drammatico presero una decisione per nulla facile e non così scontata e lo fecero perché quello non era solo una fuga dalla guerra, ma era anche un aiuto per le proprie famiglie. Ed era il Calcio che offriva loro quella possibilità.

La serata prosegue esattamente come un incontro tra amici. Davanti ad una birra si alternano anche discorsi leggeri e del tutto avulsi da questioni calcistiche. Io consiglio, scherzosamente, la mappa delle città dove NON portare una storia che parli di Spezia Calcio. Poi, però, i minuti passano e bisogna serrare i tempi.

I detrattori sostengono che la partecipazione a questo campionato fu solo una scusa per questi giovani per fuggire alla guerra. Può essere ridotto tutto così?
GF: Sai, ritengo che sia estremamente difficile poter esprimere un giudizio così netto per una cosa così pesante, ma, soprattutto, così distante da noi nel tempo. Certo, non si può negare che in quel modo fuggirono ai campi di battaglia, ma chi siamo noi per poter giudicare un comportamento del genere in una situazione così grave? Io stesso non so dirti che cosa avrei fatto in una situazione come quella: continuare a giocare a pallone o decidere di andare a combattere per quello che ritenevo giusto su un campo di battaglia. La cosa certa è quei ragazzi furono tutto meno che codardi, perché alla fine giocarono quasi tutte le partite sotto la continua minaccia di attacchi aerei.
MC: Ma certo, lo spettacolo di Gian mette bene in evidenza questo aspetto: questi giocatori affrontarono questo campionato mettendo a repentaglio le loro stesse vite. Ok stavano giocando a calcio, ma in un contesto in cui era estremamente difficile e pericoloso anche fare quello. Non scesero sui campi di battaglia, ma furono coinvolti anche in bombardamenti e giocarono le partite sotto il continuo pericolo di raid aerei. Come si potrebbe definirli dei codardi?

L’ora si fa tarda, ma arriva l’intervento a gamba tesa di un cameriere, che, sentendoci parlare di calcio, ci tiene a raccontarci la sua esperienza con una scolaresca il giorno di una finale importante in cui lui era in un albergo ed era l’unico col televisore in camera, trovandosi costretto ad ospitarli tutti da lui per permettere loro di vederla. L’aneddoto, raccontato con una fortissima cadenza napoletana, è piuttosto divertente, ma, ormai, nel locale siamo rimasti solo noi e forse sarebbe l’ora di smontare le tende. Facchetti sorride all’aneddoto, poi si gira verso di me e con un “Vabeh” cerca di ricondurre la nostra discussione alle battute finali. Lui è sicuramente stanco, noi abbiamo i nostri 220 Km da ripercorrere.

Insomma lo possiamo dire: fu Scudetto vero?
GF: Certo, io ritengo di sì. Ne ho parlato recentemente anche con Malagò e ci stiamo lavorando, anche se lui, giustamente, mi fa presente che di questioni in sospeso ce ne sono altre (Genoa, Torino, Lazio) e lui teme che si possa creare il precedente che renderebbe difficile la gestione della cosa. Io ritengo che questa sia una situazione a parte rispetto a tutte le altre in sospeso e sono assolutamente certo che debba trovare la sua giusta collocazione nella storia del Calcio.
MC: Io, invece, ti dirò, ritengo che questa storia sia talmente straordinaria e talmente al di sopra di tutte le altre storie di calcio che meriti una sua eccezionalità. Lo scudetto d’onore lo ritengo corretto perché è giusto che questa bellissima storia di Uomini si differenzi da tutte le altre. Non è uno scudetto normale è qualcosa che va oltre ed è giusto che questo “oltre” venga valorizzato ed evidenziato.

Finalmente liberiamo il locale. I camerieri possono tirare un sospiro di sollievo. Noi si chiacchiera ancora un po’ come buoni amici raccontandoci ancora aneddoti di scena alternati a episodi di rivalità calcistica. Riguardo lo spettacolo Gianfelice dice che è già pronto un calendario delle prossime date toccate dal tour, appena finito il ciclo milanese. Prima tappa Busseto. A ottobre dovrebbe approdare anche a La Spezia, i contatti sono già avviati. Penso già che io sarò anche lì. E spero di rincontrare Facchetti, stavolta giocando in casa io, così da tirare le somme del tour. Che sarà senza dubbio un successo. Salutiamo caldamente Martino e Gianfelice e li ringraziamo per la loro cortesia e disponibilità. Enormi. Poi saliamo in macchina e comincio a guidare per riportare a Spezia il mio carico di Orgoglio Aquilotto, nel frattempo cresciuto esponenzialmente….

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