L’Allegrismo, una filosofia vincente

Massimiliano Allegri (aka Il Conte Max)

“La gestione di Allegri, di cui nessuno parla mai, perché si pubblicizza poco, è eccezionale. Sento fare complimenti a tutti, ma pochi a lui. Io non farei mai il tecnico, ma da lui prenderei la lucidità e il coraggio-follia che lo accompagnano in determinati momenti e lo spingono a fare certe scelte”

Questa frase, estratta da un dichiarazione di qualche settimana fa di Gianluigi Buffon, rende perfettamente l’idea di un allenatore i cui meriti raramente sono stati riconosciuti nella loro interezza, mitigati da uno stucchevole tentativo di ridimensionarne l’importanza all’interno dei successi della squadra da parte di tifosi poco innamorati, giornalisti non particolarmente amici e, addirittura, esponenti della società stessa.

Il leitmotiv della carriera di Max Allegri in serie A è lo scetticismo con cui è stato perennemente accolto all’inizio di ogni avventura calcistica e quella continua inadeguatezza al ruolo che, a primo acchito, gli è stata sempre attribuita.
A Cagliari era un allenatore promettente ma pur sempre proveniente dalla C e le 5 sconfitte consecutive di inizio campionato ne avevano minato una certa credibilità.
A Milano, sponda rossonera, arrivava dopo un esonero a guidare un team di campioni agli ultimi giri di giostra.
A Torino arrivò in un giorno di luglio, tra proteste e insulti, accompagnato da uno scetticismo generale legato al suo passato rossonero e alla necessità di dover sostituire l’uomo che aveva riportato dopo anni la Juve nel suo habitat naturale: lottare per la vittoria.

Eppure in ognuna delle sue esperienze il buon Acciughina, come lo aveva ribattezzato il suo primo allenatore ai tempi del Livorno, ha pienamente raggiunto gli obiettivi fissati, aspetto che, fino a prova contraria, è fondamentale per determinare l’abilità di un allenatore.
Di certo per Allegri il risultato è sempre stato preponderante rispetto al modo in cui raggiungerlo, motivo per cui non di rado si è vista giocare la Juventus partite volutamente difensive in cui il non voler dar sfogo ai punti di forza dei propri rivali per poi sfruttarne i difetti è stato il motivo tattico della gara.
Un esempio fra tanti è l’immensa prestazione dell’Allianz Arena di Monaco nella Champions 2015/16, in cui una fase difensiva di un’intensità che raramente si è vista su un campo di calcio è stata il trampolino per gli assalti di Morata e Cuadrado, una strategia questa che costrinse il gran mago Guardiola a snaturare i principi di gioco della sua squadra pur di acciuffare per i capelli il passaggio del turno.

Nonostante questa considerazione il buon Max ha sempre schierato un consistente numero di giocatori votati all’attacco, chiedendo alla squadra una manovra offensiva ragionata ed equilibrata, in cui il possesso della palla servisse ad aprire gli spazi, cercando, senza fretta la giocata decisiva: attaccare si, ma con calma!

Allegri, è sempre partito dal presupposto che, in fondo, per vincere bisogna mettere la palla in rete una volta in più del proprio avversario. Proprio per questo, nel momento in cui la difficoltà di esprimere una manovra offensiva efficace è diventata un problema non ha tentennato nel rivoltare la squadra come un calzino, proprio con quella lucida follia di cui parlava nella sua dichiarazione Buffon. Da questi presupposti è nata la Juve a 5 stelle della partita contro la Lazio del gennaio 2017, che aveva le sue fondamenta nell’abnegazione degli attaccanti, in particolare nella incredibile capacità di un ex centravanti di nome Mandzukic di diventare un esterno d’attacco in grado di coprire tutta la fascia con un’ energia straripante.

Allo stesso modo, quest’anno, quando il problema si è rivelato essere l’opposto, ovvero una squadra troppo incline a concedere agli avversari occasioni, e di conseguenza gol, a causa di una scarsa capacità interpretativa di quel modulo che era stata la sua fortuna la scorsa stagione, Allegri ha spostato le pedine a sua disposizione in maniera tale da avere una migliore copertura degli spazi col centrocampo a tre, senza rinunciare alla manovra offensiva.

Tuttavia, in un calcio in cui gli schemi vengono sempre più spesso soppiantati dai compiti, in cui la rigidità dell’integralismo tattico è superata dalla fluidità della filosofia calcistica, persino in squadre apparentemente più dogmatiche come il Napoli di Sarri, quello di Max Allegri è senza dubbio un approccio moderno e assai poco banale, perfettibile ma certamente non tradizionalista come certi personaggi del calcio che fu vogliono far credere che sia.

Calma, disciplina, qualità, intesa come tecnica, sacrificio: questi sono i cardini su cui poggia l’Allegrismo, una filosofia che difficilmente affascinerà per la sua bellezza ma la cui attitudine vincente continuerà a fare proseliti, in Italia oggi, all’estero, Inghilterra o Spagna, in un futuro non troppo lontano.

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