Aristotele in doposcì – Gli Olimpic Moments

aristotele in doposcì

Cominciamo con una premessa: Platone m’ha fregato! Comodo per lui andare a vedere le Olimpiadi a Rio e starsene tutto il giorno in infradito! Comodo dirmi: dai, quelle invernali valle a far tu, è una splendida esperienza, ti bastano un paio di doposcì! Qui si crepa dal freddo. Ok, lo ammetto, forse ho sbagliato anch’io ad arrivare qui in Corea con i doposcì ma indossando la mia solita tunica. Sceso dall’aereo non son neppure arrivato a metà scaletta, poi mi sono dovuti venire a recuperare e immergere in una vasca d’acqua bollente per sciogliermi dal congelamento. Ma anche adesso, che, su consiglio di tanti gentilissimi ragazzi con gli occhi a mandorla, sempre tanto ossequiosi anche se non capisco una parola di quello che dicono, ho comprato una bel completo da sci, con tanto di cappello e guanti, io questo freddo non lo riesco a digerire.

Detto questo, in realtà una cosa interessante e vera Platone me l’ha detta. Attento agli Olimpic Moments! Ora, chiariamoci, io non mastico una parola di questo inglese, ma qualcosa m’è sembrato di capirlo. Però, vedendo la mia faccia dubbiosa è stato il mio stesso amico a spiegarmelo: le Olimpiadi sono una competizione strana, fatta di tanti momenti atleticamente straordinari, ma anche di tante cose che possono accadere solo lì e che, per i più svariati motivi, restano in testa alla gente più delle medaglie vinte dallo strafavorito di turno. Già mi aveva parlato (e lo aveva fatto anche a voi la scorsa estate) di spirito olimpico, quello tipo che fa sì che ora, per un bel po’ di giorni tutti si diventi appassionati ed esperti di curling, uno sport che per i restanti 4 anni nessuno sa neppure dove si pratichi (mi hanno detto che quelle cose che si tirano si chiamano pietre. Io da bravo pensatore ho provato ad appoggiarmici per elaborare un bel concetto, ma mi son trovato sdraiato sul ghiaccio…). Ecco gli Olimpic Moments probabilmente sono l’estensione sul campo di quello spirito olimpico.

Allora mi sono documentato. Ci sono stati Olimpic Moments in cui atleti di paesi che poco hanno a che fare con gli sport invernali sono comparsi sulle piste: ad esempio la celebre squadra di bob giamaicana, sulla cui preparazione venne fatto anche un film; o il fondista venezuelano, che forse uno sci di fondo non l’aveva mai visto prima, che partì con l’1, cadde e ricadde più volte, faticò come un matto sulle salite, fece tutte le discese sulla schiena, ma che, seppur arrivando dopo l’ultimo partito, volle lo stesso portare a termine la gara; e che dire dello sciatore del Madagascar che partecipò alla gara di Super G solo per ottenere una vetrina tale da poter raccogliere fondi utili ad importanti progetti nel suo paese. Poi ci sono stati Olimpic Moments in cui il brutto anatroccolo, lo sfavorito neppure preso in considerazione, ha sbaragliato la concorrenza: come dimenticare l’australiano Bradbury, che superò tutte le gare di qualificazione solo perché caddero o vennero squalificati un numero di atleti davanti a lui sufficienti a farlo entrare nel numero di quelli che accedevano al turno successivo e che in finale, staccato già dai primi giri, con l’andatura di uno che è lì a fare una gita, si ritrovò medaglia d’oro perché i favoritissimi davanti a lui si tirarono giù a vicenda. E che dire degli Olimpic Moment con un profondo significato politico: impossibile non pensare a quando la squadra statunitense di Hockey, in piena guerra fredda, sconfisse la quasi imbattibile formazione dell’URSS, un’impresa che al di là dell’Oceano venerano ancora adesso, considerando i memorabilia di quell’incontro delle vere ed autentiche reliquie.

Che dire? Che se il buongiorno si vede dal mattino, anche in questa edizione le cose da ricordare non mancheranno. Per esempio, proprio dall’Hockey è arrivato un messaggio bellissimo, con le due Coree che si sono presentate con una squadra unita (che è un po’ come dire se Ateniesi e Spartani dei miei tempi avessero fatto una comune squadra di atletica… non oso neppure pensarci…), al punto che qualcuno ha già parlato di Premio Nobel per la Pace. Oppure, per restare nell’ambito del folklore, nella memoria di tutti (probabilmente soprattutto delle signore…) resterà sicuramente il portabandiera di Tonga, a petto nudo a -15 gradi. Ecco, in realtà quella scena m’ha fatto tanta invidia: un po’ perché ho visto che esistono muscoli che io, nel mio ruolo di pensatore, non sapevo neppure che il mio corpo potesse avere; un po’ perché lui era là tutto tronfio e atletico a petto nudo in mezzo alla pista, mentre io son qui in camera d’albergo che, nonostante sia abbracciato a questi cosi che chiamano caloriferi (decisamente più maneggevoli dei nostri bracieri), coperto dalla testa ai piedi ho ancora un freddo cane!

Va bene, anche per oggi è ora di salutarvi. Voi seguite le gare io andrò a meditare per curare le piaghe dell’anima. Come dite? Ah, si chiamano “geloni” e i piedi non fanno parte dell’anima? I soliti precisini….

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