Olimpiadi invernali: questione di identità

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Certe volte il freddo di questi giorni mi entra nella testa e sembra congelarmi il cervello, al punto che vado un po’ in stato confusionale. Passi la difficoltà nell’elaborare i miei pensieri, che per un pensatore è già un bel problema, ma talvolta sono arrivato ad avere dubbi su me stesso. E non sto parlando di concetti filosofici sull’io, sull’essere e l’esistenza (quei discorsi lì li lascio a pensatori che so essere venuti dopo di me), ma di veri e propri problemi di identità. Ieri mattina avevo talmente freddo alla testa che m’hanno trovato a vagare in mezzo alla neve senza sapere chi fossi, convinto di essere un camoscio. Passi cercare di saltare da una roccia all’altra, ma il tentativo di staccare dei licheni a morsi non ha giovato alla mia dentizione. E tutto per aver dimenticato il capellino in albergo.

La propria identità, o almeno la considerazione che si ha di sé stesso sono importanti. Guardate l’austriaco Hirscher: era convinto di essere il terzo della storia, dopo Sailer e Killy a vincere tre gare nella stessa edizione dei Giochi. Due le aveva agevolmente vinte, viste le condizioni di forma e lo status di favorito con cui partiva nella Combinata e nel Gigante. Sembrava una bazzecola far sua anche la terza, la gara di Slalom. E, invece, non è neppure arrivato alla fine della prima manche, visto che, partito col pettorale numero 5, ha inforcato dopo poche porte.

A quel punto il suo grande rivale in Coppa del Mondo, il norvegese Kristoffersen si è convinto di essere il predestinato a conquistare l’oro in quella gara, visto che aveva pure vinto la prima manche. Ma i problemi di identità hanno colpito anche lui, visto che non è arrivato neppure a metà della seconda e, nonostante il vano tentativo di tornare indietro per recuperare la porta saltata, ha dovuto arrendersi all’evidenza. Così l’oro l’ha vinto lo svedese Myhrer, uno che prima della gara probabilmente non si considerava uno da più del terzo posto visto i mostri che aveva davanti. Ah, l’identità…

Ma anche la grande campionessa Vonn vedeva sé stessa come la Regina dei Giochi che dice addio alle competizioni con la medaglia d’oro al collo alla sua ultima gara olimpica, la Combinata. Aver chiuso la gara di discesa libera al primo posto sembrava voler avvalorare questa sua convinzione. E, invece, anche per lei, è arrivata l’inforcata nella gara di Slalom e a trionfare è stata la svizzera Ghisin, una che per vincere un oro come la sorella in discesa quattro anni prima e per essere quella che riportava l’oro della Combinata in terra elvetica dal ’56 ci avrebbe giocato la faccia. Sempre per restare in tema di identità…

Identità, intesa come quella nazionale, è quella, invece, a cui mira la federazione russa. Una corsa contro il tempo per riuscire a sfilare sotto la propria bandiera alla cerimonia di chiusura. Mi hanno detto, infatti, che per uno scandalo legato al cosiddetto “doping di stato”, il CIO aveva escluso la Russia, intesa come federazione sportiva, consentendo, però, agli atleti russi di partecipare alle gare, senza i vessilli della propria patria. E’ cominciata una fervente opera diplomatica per cercare di convincere il CIO a tornare sui propri passi almeno per la sfilata finale, consentendo alla Russia di presentarsi sotto la propria bandiera e con le divise ufficiali. La federazione russa sta dimostrando grande collaborazione e disponibilità e, probabilmente, in questo senso va letta la mancata presentazione del ricorso da parte del russo Krushelnystky, atleta del curling, che si era visto cancellare il bronzo conquistato per doping (uhm, forse non il modo migliore di presentarsi dopo lo scandalo). Se tutto andrà in porto, quindi, la Russia potrà riacquisire la propria identità nazionale almeno nel saluto finale.

Identità. Ovvero il sapere chi siamo. E infatti io, giunto al mio saluto finale, mi chiedo: ma chi sono io? Qualcuno al di là dello schermo sa rispondermi? Non ricordo assolutamente chi io sia e perché sia qui. Cappellino? Quale cappellino? Uh, guarda laggiù: dei licheni….

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