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fonte:  Facebook official page Juventus
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Quando un amore finisce si dice che il metodo migliore per far passare la delusione sia quello del “chiodo scaccia chiodo
Se così è la cura all’ennesima delusione europea della Juventus non può che essere il ritorno alla vittoria in campionato, il vero, realistico obiettivo stagionale, al di là dei legittimi sogni dei propri tifosi e delle sopravvalutate aspettative di alcuni addetti ai lavori.
Questa considerazione non toglie nulla al fatto che la serata di martedì sera vada annoverata tra le sconfitte più brucianti della recente storia bianconera, più della finale di Cardiff di dieci mesi or sono, alla quale la Juventus arrivò in riserva di energie, ma neanche lontanamente paragonabile alle vere Caporetto europee della Vecchia Signora: quelle si chiamano Amburgo e Borussia Dortmund e il nutrito nugulo dei detrattori, gli antijuventini a tutti i costi, i giornalisti più o meno tifosi che sull’odio verso i colori zebrati hanno costruito la loro carriera, farebbero bene a tenerlo a mente almeno quanto quella gran parte di tifoseria convinta di sostenere una squadra pronta a giocare alla pari con le due grandi di Spagna, le vere e uniche grandi d’Europa, che oggi possono perdere solo le partite che non vogliono giocare.

Martedì sera, senza alcun dubbio, la Juventus ha fallito l’ennesimo esame d’ammissione all’Iperuranio della Champions League, a quel mondo in cui il calcio diventa idea, immutabile e perfetta, quello alle cui porte bussa ormai da tempo sebbene i propri mezzi sportivi non le consentano di ambire, nel contesto di cui parliamo, ad altro che a un ruolo da comprimari, da nobili magari ma non da Reali.

L’unico alibi concesso ai bianconeri è stato, da parte dell’opinione pubblica, quello di un sorteggio sfavorevole, che li ha portati a scontrarsi con i campioni uscenti, una squadra che, ormai lontana dalla vetta della Liga, ha concentrato tutte le sue energie e tutte le proprie aspirazioni verso una doppietta in Champions che le consentirebbe di entrare, ancora una volta, nella storia.
Ma se il sorteggio è stato sfavorevole non lo è stato certo perche le attenzioni dei Blancos si sono concentrate su un unico obiettivo né per l’innegabile superiorità della rosa Blanca su quella bianconera.
Il vero grande problema per la Juventus nell’incontrare il Real Madrid  è stato il doversi confrontare con una formazione la cui identità tattica, quel caos organizzato cui entrambi gli allenatori fanno spesso riferimento, è similare, sebbene i modi e per attuarla siano molto diversi e, ovviamente, condizionati dai mezzi a disposizione dei due allenatori.
Questa similitudine, come era evidente fin dall’inizio per chi conosceva i vizi e le virtù della squadra bianconera, ha finito col limitare in maniera decisiva la possibilità di attuare strategie particolari per incartare il gioco avversario: i giocatori del Real Madrid sanno cosa fare in ogni situazione, l’incredibile superiorità su tutte le altre squadre nella gestione dei momenti della partita, per usare le parole di Allegri, è la loro dote migliore.

Paragonare il gioco del Real a quello della Juventus è apparentemente impossibile, a maggior ragione dopo lo 0-3 di martedì sera, eppure il plasmarsi sullo schieramento avversario, la fluidità delle posizioni non ingabbiate in rigidi movimenti predeterminati, la tranquillità di un gioco che non fa della frenesia e degli strappi il proprio punto di forza, la ricerca della giocata individuale piuttosto che dello schema perfetto e ripetuto in allenamento fino all’inverosimile, sono concetti che entrambe le squadre hanno fatto propri.
La differenza fondamentale è che, semplicemente, il Real è, ad oggi, più forte, molto più forte di questa Juve, la quale, volendo fare un confronto uno contro uno tra i singoli giocatori, esce perdente in almeno 9/11.

Questa profondo gap tra due squadre apparentemente così simili pesa molto più del risultato di Torino.
Il Real non ha vinto perché più organizzato, più fortunato o perché ha praticato un calcio diverso da quello predicato, almeno nelle intenzioni, da Allegri, ma ha vinto perché il suo livello non è attualmente nemmeno avvicinabile dalla Juventus, che dei Blancos è qualcosa di simile a una brutta copia.
Questa consapevolezza, la sua accettazione e il modo in cui Allegri riuscirà a far superare ai suoi uomini la sconfitta di Torino risulterà, per il prosieguo della stagione, molto più importante della grandiosità di Cristiano Ronaldo o delle chiacchiere da Bar sulle presunte fisime bianconere oltreconfine.

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