Stay hungry, stay foolish

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(Juventus Facebook Official Page)

È stata una serata epica, preceduta da un’altra serata epica come quella di Roma, che trova le sua fondamenta in quella che è un po’ la caratteristica tutta italiana di dare il meglio di sé con le spalle al muro.

Il sito di statistica FiveThirtyEight concedeva ai bianconeri una percentuale di qualificazione di poco superiore al 1% ma tutti, ma proprio tutti, davano per scontato che il risultato dell’andata chiudesse ogni possibilità di qualificazione alle semifinali di Champions League, sogni di “remuntada” da tifosi a parte.
Tra i pochissimi a crederci c’era sicuramente Max Allegri, lo stesso che si era detto contento del sorteggio conttro gli spagnoli, che “si gioca una stagione intera per serate come queste”, che “per 60 minuti abbiamo giocato alla pari”, che sullo 0-2 predicava calma e che, alla fine della partita di Torino, disse chiaramente che tanto aver subito la rete dello 0-3 quanto il non aver realizzato il gol della bandiera avrebbe complicato la situazione per il ritorno.
Allegri e i suoi giocatori hanno sfoderato la prestazione migliore dell’anno e non solo, probabilmente la migliore partita da quel Bayern  Monaco – Juventus, ottavi di Champions del 2015/2016, che vide nuovamente i bianconeri mettere alle corde una squadra di livello superiore e venire beffata solo sul filo di lana.
La differenza è che mentre quella volta si trattò, senza se e senza ma, di una impresa stavolta la straordinaria partita del Bernabeu è figlia di una crescita tecnica e tattica che finalmente ha visto il suo concretizzarsi nella prestazione che la Juventus ha sempre avuto le potenzialità di poter fare ma che, per questo suo adeguarsi al livello dell’avversario ottenendo il massimo col minimo, non ha mai mostrato.
Il controllo del gioco, la capacità di saper gestire i diversi momenti della partita, uno dei punti su cui Allegri ha sempre insistito e che vedeva nel Real Madrid un esempio che sembrava irraggiungibile, la lucida determinazione che non sfociava mai in furore cieco: quella di mercoledì sera è stata tanto una serata di rivincita per il tecnico livornese sui suoi detrattori quanto la conferma che, con l’organico a disposizione, siano ben altre le prestazioni che questa squadra può offrire ai suoi tifosi.
Era impossibile pensare che la stessa Juventus sconfitta in maniera sonante solo 8 giorni prima dai Blancos potesse andare al Bernabeu a impartire una lezione di calcio alla squadra più forte del mondo, ma sarebbe sbagliato non considerare le tre condizioni chiave che hanno influenzato l’andamento del match.
Innanzitutto l’assenza di Ramos, vero totem del Real Madrid, la colonna su cui si regge tutto il tempio Blanco: Allegri è stato abilissimo a impostare il suo folle tentativo di rimonta sulle conseguenze che la sua assenza ha generato nello scacchiere difensivo dei madrilisti.
Malgrado una prestazione a due facce di Higuain, il cui apporto alla squadra è stato importante per impegno e sacrificio ma che non ha offerto quel qualcosa in più in fase conclusiva che ci si sarebbe aspettato visto il confronto con il giovane Vallejo, che da esordiente assoluto in Champions ha sostituto il capitano degli spagnoli.
Altrettanto importante è stata, paradossalmente, l’assenza di Dybala tra i bianconeri: non è un mistero che la Juventus abbia mostrato il meglio di sé nel momento in cui, per infortuni o scelte, la Joya non è stata schierata, non tanto per il rendimento altalenante del talento argentino, che ha spesso risolto da solo situazioni intricate quanto per come riesce a sistemarsi la squadra in sua assenza. Lo schieramento di ieri sera non è proponibile con il 10 bianconero in campo, dato che relegarlo sulla fascia lo limiterebbe in maniera eccessiva, e, d’altro canto, sin da inizio stagione, il 4-2-3-1 sta mostrando, nei momenti di minor attenzione collettiva alla fase difensiva, crepe preoccupanti nel reparto arretrato e, al contempo, una notevole macchinosità offensiva.
Che Dybala sia un patrimonio della società e un prospetto di campione non esistono dubbi, che il suo posizionamento in campo sia diventato, in questo momento, problematico e poco funzionale quando il contesto diventa più complesso di quello di una Serie A oggettivamente poco competitiva, nemmeno.
Infine non è da trascurare però nemmeno l’aspetto emotivo: il non avere più nulla da perdere ha, probabilmente, liberato i giocatori e il Mister dal peso di una responsabilità di vittoria che non meritano, non potendo competere sulla carta con le due spagnole, ma che, discorsi poco realistici dell’opinione pubblica e dei tifosi a parte, probabilmente sentivano di avere. In più l’orgogliosa reazione dei giocatori, in particolare quelli all’ultimo giro di giostra, il loro volersela giocare in ogni caso “Fino alla Fine”, ha fornito quella spinta in più che, a conti fatti, è risultata fondamentale

Queste tre nondizioni sono state determinanti nel concretizzarsi di una prestazione gigantesca, in cui, come detto, a spiccare sono state l’abilità di Allegri nel preparare l’incontro sui limiti del Real e la determinazione dei giocatori nel mettere in piedi il piano preparato.
Che i 3 gol bianconeri siano nati da cross dalla destra non è un caso, così come il continuo cercare il mismatch tra Mandzukic e Carvajal che ha portato alla realizzazione dei primi due gol.
Le fasce sono state i territori in cui si è decisa la partita: se da una parte un Douglas Costa scintillante ha creato, con i suoi dribbling e la sua velocità, opportunità e superiorità, consentendo anche al terzino di turno di avanzare e supportare l’azione offensiva, dall’altra parte Mandzukic è stato devastante in fase di conclusione e nuovamente indispensabile nel dare equilibrio e sostanza alla squadra, grazie anche al supporto di un instancabile Matuidi. La decisione di Allegri di concedere grande libertà in fase di spinta a Carvajal è risultata nei primi 45 minuti di grande efficacia, col terzino madrilista incapace di produrre nulla se non discese prive di sbocchi. La scelta è stata, in realtà, quasi obbligata perchè legata ad una maggiore densità di giocatori sulla sinistra dell’attacco del Real, che a Torino era stato determinante nella produzione offensiva degli spagnoli grazie alla contemporanea presenza del campo dei giocatori più importanti per l’attacco madrileno, Marcelo, Isco e Ronaldo.
In più la pressione che la Juventus ha portato sui madrileni in fase di costruzione del gioco, specie sui giocatori tecnicamente meno capaci di impostare, ha reso meno agevole il gioco di palleggio e consentito il recupero di palloni importanti in zone poténzialmente pericolose, malgrado sia stata non continua e a volte poco coordinata, con il rischio di aprirsi alle ripartenze letali dei blancos, che grazie a questo hanno avuto alcune ghiotte opportunità di rendersi pericolosi.
Concluso il primo tempo col doppio vantaggio, senza tuttavia dimenticare le grandi occasioni di Isco e Varane, vanificate da un grande Buffon e dalla traversa, la Juventus si è presentata in campo nella ripresa forte di un vantaggio psicologico non da poco. I correttivi apportati da Zidane, che rinuncia a una punta in appoggio a Ronaldo, il quasi impalpabile Bale, e al suo centrocampista di sostanza, Casemiro, per inserire due esterni di centrocampo, Asensio e Vasquez, danno maggiore stabilità ed equilibrio al gioco spagnolo ma non modificano l’inerzia dell’incontro.
Il terzo gol bianconero è frutto di una papera di Navas ma sembra naturale conseguenza di quello che si vede in campo: una squadra sicura di sé, accorta in fase difensiva e sempre pronta a colpire, grazie anche ai movimenti di Khedira che si fa trovare spesso tra le linee e fornisce appoggi fondamentali per la costruzione del gioco d’attacco, e un’altra che sembra in attesa di qualcosa, che però si materializza col gioco subito da Matuidi.
Gli ultimi 30 minuti sono una partita a se: il Madrid spinge di più, riuscendo però a creare poco se non con qualche isolata giocata di Ronaldo, con una conclusione dal limite di Isco ben parata da Buffon, e con una girata in area del solito Varane a lato non di molto.
Ci si avvicina al finale e le mosse degli allenatori sono esplicative dei due differenti momenti delle squadre: il Real tenta di dare freschezza e tecnica al centrocampo con Kovacic per Modric, per cercare un gol scacciaincubi, mentre Allegri, da molti accusato di eccessiva cautela, sceglie la strada più rischiosa, valutando forse anche la buona tenuta difensiva mostrata dalla squadra, e rimanda ai tempi supplementari le due sostituzioni rimaste, con la ferma convinzione di poter decidere a proprio vantaggio la partita grazie alla freschezza di Cuadrado.
Gli ultimi secondi della partita sono già storia, con una azione che ricopia quelle che hanno dato il doppio vantaggio ai bianconeri: il traversone di Kroos, la sponda di Ronaldo che vince il mismatch con un Alex Sandro ancora una volta lontano parente di quello che abbiamo ammirato la scorsa stagione, e il contatto tra Vazquez e Benatia.
Quello che accade dopo, incluse certe eccessive dichiarazioni nel post-partita, è davvero poco importante, per il semplice motivo che impedirà al pubblico di valutare quello che si è visto in campo nei match di andata e ritorno tra due squadre che hanno dimostrato appieno il loro valore e i loro difetti, che si sono scontrate come due pugili d’altri tempi sul ring più importante, senza esclusione di colpi.
Ha vinto la squadra più forte e, ai punti, più meritevole ma esce dai giochi con rinnovata e moltiplicata fiducia nei propri mezzi la squadra eliminata, che deve rammaricarsi per una partita d’andata giocata con eccessivo timore reverenziale e nulla più.
La lucida follia e la fame mostrate dai bianconeri nella notte di Madrid devono diventare l’architrave su cui costruire il futuro e non restare lo zenith di una stagione fatta di prestazioni al risparmio, dare la giusta motivazione a perseguire un progetto che finora si è dimostrato più vincente che convincente ma che ha tutto per portare la Vecchia Signora a competere ai massimi livelli ancora a lungo, malgrado tutti i limiti che le differenze economiche tra le rivali implicano.

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