Spalle al Muro

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Ci sono partite che non sono semplici partite, che si portano dietro una storia dalla quale, volente o nolente, non riusciranno mai a staccarsi, tra rivendicazioni e accuse su fatti che ormai sono storia e la storia, si sa, è fatta di eventi che chiunque è libero di giudicare in base alla propria intelligenza e alla propria coscienza.
Gli incontri tra Juventus e Inter sono ormai da anni principalmente questo e, solo in seconda battuta, partite di calcio, il che visto lo spettacolo sovente proposto dalle due squadre, è probabilmente un bene.
Anche questo, come ogni derby d’Italia che si rispetti è stato un incontro particolarmente brutto dal punto di vista prettamente calcistico anche se mirabolante per il turbinio di eventi sul rettangolo di gioco e per il rocambolesco alternarsi del punteggio. E, come ogni incontro tra le due squadre che si rispetti è stata l’occasione per rinfocolare un certo tipo di polemiche di cui francamente non si sentiva certo la mancanza ma che alla luce degli errori della direzione arbitrale e vista l’alta posta in palio per le due squadre e per i terzi interessati, il Napoli in particolare, era abbastanza scontato che sarebbero scoppiate nel dopo partita.

Che la serata ampiamente insufficente di Daniele Orsato, il quale, va detto, aveva ben diretto in questa stagione incontri difficili come il confronto del San Paolo tra Napoli e Juventus, abbia penalizzato non di poco i nerazzurri, non tanto per l’espulsione di Vecino quanto alla luce della mancata seconda ammonizione di Pjanic, è innegabile.
Tuttavia è proprio dalla prima decisione contestata della partita che la squadra di Spalletti ha trovato la forza per fornire una prestazione ottima, per volontà, sacrificio, atletismo e tecnica. Il primo terzo di gara era stato facilmente controllato dalla Juventus, portatasi in vantaggio con un cross dalla destra di Cuadrado che aveva trovato libero sul lato opposto Douglas Costa abile a superare Handanovic con un preciso diagonale, e l’espulsione del centrocampista Uruguaiano dell’Inter per fallo su Mandzukic sembrava aver calato la pietra tombale su una partita apparentemente senza storia.
In particolare sembrava aver pagato il rischio che Allegri aveva deciso di prendere nello schierare Cuadrado nel ruolo di laterale destro di difesa, che il colombiano non ricopriva dai tempi di Lecce, non tanto per aumentare la spinta sulle fasce quanto per aiutare la squadra nella risalita del campo partendo dalla propria area, situazione che in questa stagione ha creato non pochi problemi alla squadra bianconera in particolare nella pessima prestazione contro il Napoli.
Ma come spesso accade la situazione di vantaggio numerico ha finito col moltiplicare gli sforzi dei nerazzurri i quali, sfruttando il consueto adeguarsi agli eventi di una Juventus evidentemente poco sicura dei propri mezzi e ben felice di abbassare i ritmi per controllare la partita nella vana attesa di colpire, hanno finito col prendere campo e hanno concluso la prima frazione senza correre particolari rischi, eccetto il gol annullato a Matuidi dal VAR per evidente fuorigioco nel finale di tempo.
Il primo quarto d’ora della ripresa vedeva la squadra di Spalletti meglio posizionata in campo malgrado l’inferiorità numerica e con maggior furore agonistico dei bianconeri con un indomabile Icardi, un Perisic che ha messo in luce tutte le difficoltà in fase difensiva di Cuadrado e un Joao Cancelo inarrestabile sulla destra a farla da padroni. Il meritato pareggio di Icardi, lasciato incredibilmente indisturbato al centro dell’area di rigore, sugli esiti di una punizione dalla trequarti di Cancelo, ha stordito la Juve come troppo spesso accaduto in stagione e la sfortunata deviazione di Barzagli su cross di Perisic, a chiusura di una discesa devastante del croato, che ha portato in vantaggio i nerazzurri non ha fatto altro che acuire la sensazione di una squadra alle corde, pronta a cadere al tappeto: l’inerzia della partita era saldamente in mano ai padroni di casa.
Il come da questa situazione apparentemente senza ritorno si sia passati al 2-3 finale è frutto tanto del carattere della squadra di Allegri quanto, e forse soprattutto, del crollo fisico dell’Inter, comprensibile visti gli sforzi fatti per quasi 80 minuti di gioco.
Abiurando al “calma& pazienza” su cui il tecnico livornese ha costruito le proprie vittorie in bianconero, la Juve ha concluso la partita giocando a una sola porta con, a conti fatti, 5 attaccanti ma, come ammesso dal buon Max, riuscendo a venire a capo del fortino nerazzurro solo grazie a due giocate individuali.
Nulla di diverso da quanto visto in passato, per carità, ma la frenesia con cui tutta la squadra, tecnico compreso, ha vissuto l’assalto finale è il segnale che ormai le energie di questa squadra sono agli sgoccioli, che non è più possibile giocare per 90 minuti con lucidità, concentrazione e applicazione, i capisaldi su cui la Juventus fondava la propria supremazia.
Ora si va avanti di nervi e di determinazione, di quella fame che, spalle al muro, la Vecchia Signora ha dimostrato di avere ben più dei propri avversari e che, in un finale in cui entrambe le contendenti per lo scudetto sono in riserva, è fondamentale, ben più di tecnica, tattica e schemi.

Una piccola nota riguardo le polemiche del post partita per l’evidente errore di Orsato su Pjanic, nel momento in cui, sull’ 1-1 la partita era ancora in bilico.
In un delirio di accuse campate in aria, di false notizie e rivendicazioni dirigenziali a uso e consumo degli antiJuventini, tra i quali, giova ricordarlo, un discreto gruppo di ex giornalisti votati al campanilismo di settore, rimane il dubbio sul perchè non generi le stesse accuse, le stesse discussioni un errore dello stesso arbitro, non meno grave di quello di sabato sera, come il rigore assegnato a un simulante Strootman in un derby di qualche anno fa o l’espulsione a dir poco esagerata di Nagatomo in un Napoli-Inter, scontro al vertice del novembre 2015.
Ma se c’è una cosa che unisce l’italia è proprio questa: l’odio verso la Juventus, fino alla fine.

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