Sembra Impossibile

Sembra Impossibile

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Sembra impossibile/ che seguo ancora te/questa è una malattia che non va più via

 

Sembra impossibile ma sono passati 15 anni da quando il Cosenza ha giocato la sua ultima partita in serie B, 15 anni dal 7 giugno 2003 quando al termine di una stagione deludente i Lupi, con una sconfitta sul campo del Genoa, hanno abbandonato la serie cadetta.
Dei successivi 15 anni la retrocessione non è stata nemmeno la parentesi più nera, con brevi scampoli di gloria a inframezzare annate nel migliore dei casi inconcludenti: 3 promozioni, una retrocessione, la storica vittoria di una Coppa Italia di Lega Pro, una buona serie di travasi di bile per situazioni societarie quantomeno criticabili che hanno portato a 3 fallimenti, un paio dei quali davvero incomprensibili.
Sembra impossibile ma anche quest’anno tutto sembrava parlare di una nuova stagione anonima, molto più della precedente, in cui le ambizioni di promozione si erano prima ridimensionate per una prima parte di campionato negativa che aveva portato all’esonero di Roselli poi rinvigorite con un buon finale di stagione sotto la guida di De Angelis fino a un quarto di finale nei playoff perso col Pordenone per episodi sfortunati piuttosto che per meriti altrui.
Gli entusiasmi estivi, figli di un mercato in cui la squadra, grazie all’inserimento di gente di grande esperienza, come Loviso e Pascali, su una intelaiatura di tutto rispetto, sembrava poter competere con le due compagini più accreditate, Catania e Lecce, si sono presto spenti. Malgrado il potenziamento della rosa e la scelta di un allenatore in ascesa come Fontana, la conquista di due punti due in 5 partite, cosa che per una squadra con queste ambizioni era inaccettabile, ha portato all’inevitabile esonero del tecnico e alla inevitabile considerazione che forse il valore della squadra non era poi così alto come si pensava.

Sembra impossibile ma il 27 settembre 2017 il campionato dei lupi sembrava finito, con semmai l’incubo di dover lottare per i playout o, alla meglio, assicurarsi una tranquilla posizione di classifica.
Sembra impossibile ma lo stesso giorno le strade del Cosenza e di Piero Braglia si sono incontrate ed è iniziato qualcosa di totalmente inaspettato.
Dopo una partenza fisiologicamente fatta di alti 3 bassi, i rossoblù, imbattuti per praticamente tutti e 3 i lunghi e freddi mesi invernali, dalla fine di novembre a quella di febbraio, hanno risalito la classifica fino a posizionarsi alle spalle delle 3 squadre che si contenevano la promozione diretta: Catania, Trapani e il Lecce che poi avrà la meglio sulle due siciliane. Una lunga e altalenante primavera, in cui la squadra sembrava non brillare particolarmente, ha portato i Lupi ad un 5° posto, propedeutico al più dei playoff in cui, dopo un paio di turni superati, al momento dell’incontro con le corazzate, il cammino dei lupi si sarebbe inevitabilmente interrotto.

Sembra impossibile ma non è andata così, e a crederci erano probabilmente solo gli irriducibili tifosi che durante tutta la stagione non hanno mai abbandonato la squadra, ma soprattutto a crederci sono stati il tecnico e i suoi giocatori, che hanno dimostrato ancora una volta di più come la somma dei singoli, in una vera squadra, in cui tutti giocano per gli altri, si moltiplica all’infinito.
I primi ad arrendersi sono stati Sicula Leonzio e Casertana, seppur con qualche patema, poi è stato il momento del Trapani, seconda classificata nel girone dei lupi, e della Sambenedettese, seconda del girone B, entrambe sconfitte con una sicurezza dei propri mezzi e una forza mentale inaspettate.
Alla fine è toccato al Sudtirol, con una rimonta al cardiopalmo, in una notte magica, dentro a uno stadio pieno, trascinante e festante.

Sembra impossibile ma è successo davvero.

Sembra impossibile ma una città intera, una città per cui il calcio non è Importante, ma è, spesso, l’unica cosa che conta si è raccolta attorno alla sua squadra, ai suoi colori, a un sogno che sembrava impossibile e che ora non lo è più. E allora tutti a piangere assieme al portiere Sarraco, partito riserva e conquistatosi i galloni di titolare cammin facendo, a Loviso, incontenibile nella sua gioia al termine della semifinale, che reduce da una stagione poco brillante è risultato decisivo contro il Sudtirol con i suoi assist, al capitano Corsi, anima e fulcro del gioco della squadra e vero trascinatore, alle giovani promesse Palmiero e Tutino, entrambi provenienti da Napoli, che hanno giocato una stagione strepitosa, a Okereke, instancabile nel suo lavoro sporco fatto di corsa, sponde e appoggi.
E assieme a quell’Allan Baclet che indiscutibilmente è e rimane per tutti i tifosi la stella della squadra. L’amatissimo attaccante francese dopo una stagione difficile, fatta più di panchine che di minuti giocati e con solo 3 gol all’attivo, si è scatenato nei playoff fornendo quel quid in più che da lui ci si aspetta e nella semifinale di ritorno con il Sudtirol ha letteralmente spaccato la partita segnando il primo gol e determinando l’autorete della qualificazione all’ultimo secondo.
Sembra impossibile ma questa storia ha un protagonista sopra ogni altro ed è un signore di sessant’anni, reduce da alcune annate non fortunate ma il cui valore come uomo, prima, e come allenatore, poi, non può essere messo in discussione.
Piero Braglia ha raccolto una squadra senza una rotta e l’ha consolidata prima, dandole certezze e riferimenti, e stravolta poi, portando avanti una mezza rivoluzione a gennaio, con la cessione di alcuni dei nomi più importanti della rosa, sostituiti da un paio di giovani di valore in cerca di una squadra dove potersi mettere in mostra.

Sembra impossibile ma domani una intera città metterà il proprio cuore in mano al manipolo di tifosi che si siederanno tra gli spalti dell’Adriatico di Pescara e che inciteranno i propri giocatori fino a non avere più voce. Una città piena di contraddizioni, che cerca la bellezza e la meraviglia nelle strade del centro, tra le opere del suo museo all’aperto, nello sguardo su un immaginifico fatto di ponti che collegano il nulla con il niente, di rivoli d’acqua trasformati in fiumi navigabili, di parchi artificiosi e artificiali, e che si volta dall’altro lato quando vede crollare il proprio centro storico o dimentica la situazione delle periferie, che nemmeno tanto periferie sono. Una città che unisce intellettualismo da salotto borghese a cultura di strada, superficialità e impegno, pigrizia e frenesia, che vive tra il mare e la montagna, che ostenta la ricchezza che non ha e piange per la povertà che non conosce.
Una città che vive da sempre per una squadra, per due soli colori, nel ricordo dei suoi campioni, Denis, Massimiliano e Gigi, che troppo presto ci hanno lasciato e che da lassù spingeranno i lupi oltre l’ultimo ostacolo.

Anche stavolta come 30 anni fa, nell’anno della mia prima promozione in serie B: mai più prigionieri di un sogno!

 

 

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