Girando pagina con Sportmain: Dallo scudetto ad Auschwitz. Vita e morte di Arpad Weisz, allenatore ebreo

dallo scudetto ad auschwitz

Lo sport non è solo agonismo, ma, quasi sempre, è fatto anche di storie. Storie che possono essere belle ed appassionanti, ma che, purtroppo, invece, talvolta, sono tristi e drammatiche. Quella che viene narrata in questo libro è una di queste ultime. O, meglio, è una storia che comincia benissimo, come una di quelle che rimarranno negli annali dello sport, e che finisce, invece, nel modo peggiore possibile, venendo risucchiata nel terribile gorgo di terrore e morte che ha caratterizzato il periodo storico in cui essa si è svolta. Ecco perché lo stesso autore, rimanendo nel gergo sportivo, parla di una storia con un primo ed un secondo tempo.

IL PRIMO TEMPO, L’UOMO CHE FECE LA STORIA – Il primo tempo di questa storia è, come detto, quello bellissimo, quello che concilia con lo sport, scrivendone una delle pagine più belle. Arpad Weisz è un allenatore, con un passato da calciatore di discreto livello, che nel nostro paese ha giocato con le maglie di Alessandria ed Inter e che, ritiratosi giovanissimo, qui è rimasto sedendosi sulla panchina. Fa parte della scuola ungherese, nato a Solz il 16 aprile 1896, in anni in cui l’Ungheria rappresenta una delle eccellenze del calcio. E il calcio che fa esprimere alle sue squadre è davvero eccellente. E’ un allenatore all’avanguardia, i suoi schemi faranno scuola alle generazioni a venire, anche grazie ad un manuale che scriverà insieme ad Aldo Molinari (Il giuoco del calcio), che, per diversi anni, rappresenterà una specie di Bibbia di questo sport. E’ un tecnico che “si sporca le mani”, non segue gli allenamenti da bordo campo con cappotto e cappello come fanno molti suoi illustri colleghi, ma ne prende parte lui stesso, indossando la tuta e correndo con i suoi ragazzi, vuoi anche per l’attività agonistica praticata fino a pochi anni prima. Stringe un forte rapporto con i suoi giocatori che lo seguono volentieri, e i risultati si vedono. Dopo una breve parentesi da vice all’Alessandria, allena l’Inter (che diviene Ambrosiana a breve per motivi di regime), portandola allo scudetto nel 1930, così da divenire, a 34 anni, il più giovane tecnico della storia a vincere un campionato (ancora imbattuto). Dopo una parentesi al Bari, che porta alla salvezza, ed un altro periodo in nerazzurro, la sua avventura milanese termina per l’arrivo, alla presidenza del club meneghino, di tal Pozzani, uno che ha il vizio di metter bocca negli aspetti tecnici della squadra e che, negli anni, si farà una discreta nomea di mangia-allenatori. Weisz mal sopporta questa novità e lascia Milano in direzione Novara, in B, con cui ottiene il secondo posto, prima di approdare al Bologna, dove completerà il suo capolavoro tattico, portando i felsinei ad un doppio scudetto (35/36, 36/37) e alla vittoria del Torneo dell’Esposizione Universale, a Parigi, nel ’37, con una lezione di calcio ai maestri del tempo, la scuola inglese, rappresentata dal Chelsea, battuto in finale con un inequivocabile 4-1. Weisz è un grande allenatore, un innovatore, un maestro, uno scopritore di talenti (i suoi occhi esperti si poseranno su un certo Giuseppe Meazza), insomma è un uomo destinato a scrivere la Storia del Calcio.


IL SECONDO TEMPO, LA STORIA CHE SI DIVORO’ L’UOMO – Arpad Weisz ha, però, un’altra caratteristica: è ebreo e il che, negli anni in cui si trova a vivere diviene, ben presto, un problema. Tutto il libro è una narrazione contestualizzata al periodo storico in cui la carriera di Weisz si svolge, per cui, mentre si legge delle imprese sportive del buon Arpad, ci viene fatto anche un resoconto di come stanno cambiando le cose in Italia dal punto di vista politico, con l’ascesa del Fascismo. E di come questi eventi storici, che potrebbero restare solo come un sottofondo, pesino, invece, nella vita dell’allenatore ungherese. Impariamo a conoscere la famiglia di Arpad con la sua dolce e bellissima moglie Elena e i suoi due giovanissimi figli, Roberto e Clara, indottrinati alla fede cristiana, per, si spera, tutelarli, in anni che si stanno facendo difficili. Arpad è un uomo di successo nel lavoro che fa, tenuto in grande considerazione e la sua famiglia è ben voluta e stringe forti rapporti con i vicini di casa. I bambini crescono felici tra compagni di scuola e di giochi. Poi, però, la Storia, quella brutta, nera e malvagia fa il suo corso e non guarda più in faccia a nessuno, neanche agli eroi sportivi, alle donne o ai bambini. La discriminazione verso gli ebrei si insinua subdola nella vita di tutti i giorni, prima come semplice additamento o mal sopportazione, poi come vera e propria persecuzione, una volta promulgate le leggi razziali. Sui negozi cominciano a comparire i cartelli che li indicano come “negozi ebrei”, gli ebrei cominciano ad essere licenziati dal posto di lavoro e, quindi, a trovarne con difficoltà, i bambini non possono più frequentare la scuola. Poco importa se sono stati educati alla fede cristiana come i figli di Weisz. La vita in Italia diventa sempre meno sopportabile, per i cui i Weisz decidono di trasferirsi a Parigi. Ma l’ombra nera del nazi-fascismo non risparmia neppure le terre d’oltralpe e presto, senza che Arpad abbia trovato un lavoro nella capitale francese, tutta la famiglia deve proseguire la sua fuga fino in Olanda. Qui, giunto quasi da sconosciuto (al tempo la stampa sportiva non era così sviluppata ed anche il miglior allenatore d’Italia poteva essere sconosciuto in Olanda, dove il calcio era ancora semidilettantistico), grazie all’intercessione di Karel Lotsy, dirigente che conosce il calcio internazionale, viene assunto dal Dordrechtschte football club. Da squadra di bassa classifica di giovani dilettanti, grazie a Weisz, dopo la salvezza ottenuta il primo anno, il Dordrecht arriva a competere con le grandi squadre olandesi, Ajax, Feyenoord e PSV, battendole e raggiungendo uno storico 5° posto, assurgendo a vette che non saranno più toccate nella storia della società. Ma la segregazione arriva presto anche nei Paesi Bassi: le aziende devono licenziare i dipendenti ebrei, i bambini sono allontanati dalle scuole, i beni delle famiglie ebree sono confiscati. Le stelle di David devono essere presenti, obbligatoriamente, sui vestiti. Gli ebrei vengono cancellati dalla vita e con loro la famiglia di Weisz che, per un po’ tira avanti grazie ai soldi che il presidente del Dordrecht allunga ad Arpad di nascosto, a suo rischio e pericolo. Weisz non può neppure più vedere i suoi ragazzi giocare. Se questa non-vita non fosse già abbastanza, arrivano presto anche le deportazioni. La famiglia Weisz, dopo la prima tappa al campo di passaggio di Westerbork, a Cosel è divisa: Elena e i suoi due figli, Roberto e Clara, andranno alle camere a gas di Birkenau; Arpad arriverà ad Auschwitz, dove, il 31 gennaio 1944, non risponderà all’appello del mattino.

Una rara immagine dei figli di Weisz, a sinistra, Clara e Roberto con l’amico con cui manterranno la corrispondenza

L’AUTORE – Matteo Marani è un giornalista, classe ’70, laureato in storia, quindi ben avvezzo a tutto quello che la riguarda. Nome noto agli appassionati di sport, e calcio in particolare, per aver collaborato con il Corriere dello Sport e con la trasmissione Quelli che il calcio, oltre ad essere stato direttore del Guerin Sportivo tra il 2008 e il 2016. Ha curato anche la mostra sulla storia della Nazionale di Calcio della FIGC. Vicedirettore di Sky Sport, dal 2016, è stato anche direttore di Sky Sport 24 tra il 2016 e il 2018 e tuttora gestisce rubriche sul canale tematico del satellite. Diversi riconoscimenti per lui in ambito giornalistico, dal Premio USSI del ’96, al Premio Dardanello del 2005 e al “Beppe Viola” del 2010, oltre a quelli ricevuti per questo libro che ha vinto il Premio per la letteratura sportiva di Chieti del 2009 e quello “Antonio Ghirelli” del 2014.

GIUDIZIO – Senza dubbio un libro forte, potente, devastante, pur nella sua semplicità. Scritto magistralmente dall’autore, mai pesante, mai noioso, mai banale. Parla di storia senza essere un libro storico e parla di calcio senza essere un libro per calciofili. E’ semplicemente una storia di vita, una drammatica storia di vita. La vita di Weisz si dipana lungo tutto il libro mentre attorno ad essa la Storia fa il suo corso, quello più drammatico, passando da semplice rumore di fondo ad un’onda che quelle vite travolge e distrugge. Marani è un maestro in questo metodo narrativo: descrive il Weisz uomo, padre e, soprattutto, sportivo, facendolo conoscere per quello che era a chi non ha mai potuto vederlo all’opera e intanto elenca fatti di cronaca, eventi storici, promulgazione di leggi che aiutano a contestualizzare quelle figure nel loro periodo storico e a capire cosa hanno provato. Seguendo la storia che si dipana attorno agli Weisz ci si sente progressivamente soffocati dagli eventi, si vive quasi in prima persona quella che è stata un’autentica caccia all’uomo, quello che è stata la lenta e snervante cancellazione di un’individuo e della sua famiglia. Ci si sente braccati come lo erano gli ebrei in quei tempi e si resta sconcertati non solo da quello che è accaduto, ma dal come ciò è stato permesso. Le accuse di Marani ci sono tutte e sono chiare: all’Italia che crebbe grazie a Weisz, ma che si girò dall’altra parte quando fu lui ad aver bisogno, ma anche all’Olanda che pur dichiarandosi da sempre lontana dal nazifascismo, in realtà di concessioni ad esso ne fece, e pesanti. Marani per questo libro ha compiuto una ricerca personale profonda, cercando di ripercorrere la strada che la famiglia Weisz compì nel suo triste viaggio verso la morte. Questo gli ha permesso di incontrare persone che lo hanno aiutato a ricostruire questo percorso anche oltre quelle che erano le conoscenze prima del libro, come il ritrovamento del vecchio compagno di giochi di Roberto che, avendo conservato ancora le lettere che lui gli mandava, ha permesso di scoprire la tappa francese. E di questo gli va dato un enorme merito. Insomma un libro che, soprattutto in un’epoca di strani rigurgiti e di colpevole scarsa memoria, andrebbe scoperto e letto da tutti, anche da chi non si interessa di calcio, ma apprezza la storia nelle sue mille sfaccettature.

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