Verso Juve-Napoli: mai come ieri

Il 23 aprile 2018 scendono in campo Juventus e Napoli. È la partita scudetto, o almeno così pensavano un po’ tutti, salvo poi accorgersi che uno scudetto si può perdere non solo sul campo ma anche negli anfratti della hall di un albergo fiorentino. Ma questa è un’altra storia, poco o molto importante a seconda dei punti di vista dei contendenti.
Quella serata di aprile le due squadre che hanno dominato il campionato si scontrano in una partita il cui canovaccio è scritto tanto chiaramente che non c’è possibilità di errore: il Napoli cercherà a tutti i costi la vittoria che può non solo riaprire ma indirizzare lo scudetto verso la città del Vesuvio, alla luce delle due partite che la Juventus avrebbe dovuto giocare subito dopo con le acerrime rivali Inter e Roma, mentre i bianconeri avrebbero atteso i napoletani al varco cercando di utilizzare le rapide scorribande offensive dei rivali come una fionda per colpire negli spazi lasciati alle spalle della difesa azzurra.
Tutto molto semplice, almeno in apparenza.
Peccato che il piano di Allegri si sia rivelato inadeguato nella sua attuazione, lasciando il pallino in mano al Napoli in maniera quasi indecente. La vittoria sul filo di lana premiò gli Azzurri non tanto per le opportunità avute, poche contro le nessuna (eccetto un paletto di Pjanic su calcio piazzato), quanto per lo strenuo e incessante anelito alla vittoria.
Quella sera la cosa più brutta fu percepire nell’ambiente la stessa frustrazione per la sconfitta in finale di Champions di Cardiff di pochi mesi prima, acuta dalla velenosa e arguta risposta di Insigne alla domanda “questa partita era come una finale” : in fondo loro sono abituati a perdere le finali.
Se ne avrà a pentire dopo un paio di settimane ma quella sera il buon Lorenzo aveva colpito e affondato tutto il popolo juventino, arrabbiato per come si era perso piuttosto che per la sconfitta in se

A posteriori lo stesso allegri ammise che quella partita fu il suo più grande errore nella stagione, proprio nel momento in cui il titolo gli stava sfuggendo di mano: un conto è confrontarsi e venire sconfitto un altro scegliere il non gioco e sperare nelle opportunità.
Mai più, questa fu la lezione di quella partita: mai più in balia degli avversari.

A cinque mesi da quel giorno molto è cambiato: il Napoli è una squadra nuova I cui titolari sono praticamente gli stessi, Reina a parte, il cui calcio ha perso quegli automatismi Sarriani, affascinanti finché si vuole ma che alla fine non hanno prodotto nulla in due anni, per lasciare spazio a una interpretazione non meno propositiva e dinamica ma in cui, senza dubbio, al centro viene posto il giocatore e le sue abilità. La scelta di Ancelotti è una scelta forte perché mette sulla panchina del Napoli un allenatore straordinario, un vincente, un uomo che sa come si gestiscono calciatori e partite, che ha preso il tanto di buono costruito dal precedente allenatore e lo ha trasformato in qualcosa di suo.
Dall’altra parte Allegri ha implementato la sua Juventus liquida con uomini mirati e un centravanti che, malgrado le polveri bagnate di questi primi incontri, ha migliorato con la sua sala presenza il gioco offensivo dei bianconeri.
Erano tanti anni che non avevamo due squadre tanto forti a contendersi lo scudetto, di due spanne superiori alle altre presunte contendenti, e tra loro assai più vicine di quanto si possa pensare, soprattutto in uno scontro diretto.
Domani a Torino si scriverà una nuova storia tra le due grandi rivali di questi anni che, visti i presupposti, rischia di essere infinitamente più bella di quella scritta fino a ieri.

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