Un mercoledì da pirloni

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Se c’è una cosa che il quarto turno dei gironi di Champions ha insegnato alla Juventus è che i luoghi comuni del calcio hanno un fondamento di verità, uno in particolare: il calcio é fatto di episodi.

Che in una partita di pallone il risultato finale sia la risultanze di una somma di episodi, favorevoli o meno, è lampante. Quello che non sempre si dice è che gli episodi possono capitare o venire cercati e José Mourinho è uno di quegli allenatori che li fiuta come un Lagotto Romagnolo fa col tartufo. Delle sue doti da capopopolo col Rolex, da sagace utilizzatore dei media, da trascinatore di calciatori che sono disposti a seguirlo (e, ad occhio, la schiera si è abbastanza ridotta) si è detto di tutto e di più.
Ma la sua dote più grande, come allenatore, è quella di cercare sempre un modo per portare gli episodi dalla sua parte.
Qualcuno obietterà che usare Fellaini come torre e catapulta per portare scompiglio in area è roba da calcio degli anni ottanta, e forse è così, sebbene persino il vate Pep o il divino Zizou non abbiano mai disdegnato piazzare il Che Piquè o il totem Sergio Ramos nei sedici metri avversari durante assalti dell’ultimo minuto.

Ma, incapace (o impossibilitato, malgrado una rosa sulla carta non inferiore a quella bianconera) a costruire una squadra in grado di giocarsi la partita alla pari, nel momento della difficoltà ha coscientemente cercato quelli che anche a detta di Allegri erano gli unici modi che gli inglesi avevano per poter far gol alla Juventus: un calcio piazzato o le mischie in area.
Missione riuscita

La superiorità della Juventus sui Red Devils è stata, ancora una volta, netta e indiscutibile. Il gioco, le occasioni e la personalità con cui i bianconeri hanno affrontato la partita li posiziona poco dietro, se non alla pari, del Barcellona come canditata alla vittoria finale.
E allora perché questa sconfitta?
Perché il calcio prevede che la superiorità debba convertirsi in gol per poter portare alla Vittoria. Uno, bellissimo per preparazione ed esecuzione, dell’attesissimo CR7, alla prima marcatura europea stagionale, e una mezza dozzina falliti per sfortuna e per incapacità a trovare la porta.

Non è la prima volta che accade ed è il segnale di qualcosa di importante perché è vero che le partite durano 95 minuti ma vanno chiuse, quando si può, molto prima, o corri il rischio, come è accduto mercoledì, di fare la figura dei pirla  .

I minuti dell’ave Maria riservano sempre delle sorprese e, specie se prima ti sei divorato l’impossibile, la beffa è dietro l’angolo. Regalare a Mourinho la possibilità di trasformare la partita in una guerra non è proprio una grande idea, soprattutto se la tua squadra non ha nell’impeto da battaglia il suo pregio migliore. La Juventus allegriana, quella della calma e del raziocinio, pecca ancora una volta nei momenti infuocati, come a Madrid, come a Torino nel ritorno col Napoli della scorsa stagione: nel momento in cui, per scelta o disperazione si butta una palla al centro dell’area, seppur in condizioni ampiamente prevedibili (l’ingresso del capellone belga è uno dei must del Mou United) qualcosa nei meccanismi tutt’altro che perfetti della difesa bianconera si inceppa.
Se a questo aggiungiamo, come nel caso dei gol di mercoledì sera, due incertezze individuali, l’inutile eccesso di foga di Matuidi e l’incertezza di Szczesny, la frittata è fatta e stavolta a finire sul banco degli imputati è anche Allegri, la cui colpa, nell’ennesima serata in cui ha dimostrato di esser riuscito a trasformare nel corso degli anni una squadra votata al gioco di rimessa in una che cerca con insistenza il possesso e la costruzione come mezzo per arrivare al gol, è stata quella di non esser stato in grado di gestire il momento, proprio lui che di questo fa uno dei fondamenti indispensabili del suo gioco.

Una serata che a conti fatti è stata, per la Juventus, una tappa indolore nella corsa alla Champions e l’opportunità per consolidare l’impalcatura di una squadra che finora si è dimostrata capace di inciampare solo quando sono venute meno voglia e concentrazione.
Una serata che verrà ricordata più che per il risultato per l’ennesimo scontro tra Mourinho e i tifosi della Juve.
Insultare l’avversario è un malcostume tutto italiano e non solo degli ultrà dell Vecchia Signora, come ha fatto ben presente Ancelotti solo poche ore fa, malcostume che non giova a nessuno, nemmeno a chi non ha la capacità del tecnico di Reggiolo, da sempre bersaglio dello Stadium, di rispondere all’idiozia di certa gente che frequenta gli stadi con intelligenza e ironia piuttosto che con atteggiamenti da pirla.

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