Il calcio giapponese tra carta e celluloide: da Holly e Benji a Giant Killing

Con l’animazione giapponese ci siamo tutti cresciuti, sia chi ha passato gli -anta che le nuove generazioni. Tante sono le serie animate prodotte in questi decenni ed alcune, soprattutto tra quelle nate tra gli anni ’70 e gli ’80, sono diventate reali fenomeni di culto, al punto da entrare nella dialettica comune (la figura di Lupin come paradigma del ladro, il paragone con i robottoni del passato, i punti di pressione di Ken, la canzoncina del talco di Pollon…) e da subire un rilancio anche nel nuovo millennio, con il restauro e la riproposizione delle intere serie e con una nuova produzione di merchandising per collezionisti. Tanti sono gli argomenti trattati nelle serie animate, dall’amore alla guerra, sia quella terrestre che quella intergalattica, dal baseball al tennis, dagli angeli ai demoni. Il calcio non poteva che diventare uno dei temi preferiti delle serie animate, o meglio, per dovere di precisione, dei manga, i fumetti giapponesi, da cui la gran parte delle produzioni animate sono tratte, probabilmente per un desiderio di rivalsa sportiva di un paese che, tranne che sulla carta e sullo schermo, non ha mai brillato in ambito calcistico, lasciando assurgere all’Olimpo sportivo personaggi immaginari, diventate vere e proprie pietre di paragone (chi, tra gli over 40, non ha mai sognato, da bambino, di diventare Holly Hutton…), piuttosto che atleti in carne e ossa.

AL PRINCIPIO FU SHINGO – Ma, per andare in doveroso ordine cronologico, Holly e i suoi compagni non furono davvero i primi a far sognare i bambini dietro un pallone disegnato. Alla fine degli anni ’60, in Giappone usciva il manga Akakichi no eleven, letteralmente “Gli undici rosso sangue” ad opera di Ikki Kajiwara (nome che ai più potrebbe dir poco, se ad esso non si associassero anche le sue più note produzioni, ovvero L’Uomo Tigre e  Rocky Joe) e di lì a poco sugli schermi televisivi compariva l’omonima serie animata, composta da 52 episodi, trasmessa da Nippon Television tra il 13 aprile 1970 e il 5 aprile 1971. In Italia, con il nome di Arrivano i Superboys arrivava nel 1980. Era la storia di un giovane, Shingo Tamai, e del suo individualismo, della sua arroganza e voglia di affermazione giovanile sui campi dello sport scolastico, tra la scoperta di uno sport che di individualistico ha poco, come il calcio, e la voglia, comunque, di primeggiarvi, fino a diventarne un affermato campione. Una storia complessa di crescita, soprattutto spirituale e comportamentale, come molte delle produzioni di Kajiwara, che va oltre il mero racconto di gesta sportive. Gesta sportive che, comunque, la fanno da padrone all’interno della serie, rappresentate in un modo un po’ estremo, con un’esasperazione dello sport praticato, tra allenamenti massacranti e pratiche al limite del maltrattamento (ci ricordiamo tutti gli allenamenti in Tana delle Tigri, o quelli a cui veniva sottoposta la pallavolista Mimì, per cambiare autore), ma, comunque, più attinenti alla realtà di ciò che verrà dopo.

CON HOLLY NON SAREBBE PIU’ STATA LA STESSA COSA – Nel 1981 Yoichi Takahashi manda alle stampe un manga dal titolo Capitan Tsubasa e probabilmente al tempo non è neppure lontanamente consapevole di aver creato un successo mondiale che farà sognare milioni di bambini, diventando un oggetto di culto di durata imperitura. Soprattutto dopo che, il 10 ottobre 1983, verrà trasmessa da Tv Tokio la prima puntata di Kyaputen Tsubasa, l’anime tratto dal manga. In Italia arriva come Holly & Benji, due fuoriclasse, il 19 luglio 1986, trasmesso da Italia 1 all’interno del contenitore Bim Bum Bam. E’ fin da subito un successo, perché il cartone animato è appassionante e coinvolgente e i piccoli campioni diventano presto centro di discussione e fonte di imitazione per i bambini dell’epoca che sognano di segnare come Holly (Tsubasa Ozora nell’originale) o Mark Lenders (Kojiro Hyuga), di fare acrobazie come i gemelli Derrick, di parare come Benji Price (Genzo Wakabayashi, da qui la criptica scritta sul cappellino) o Ed Warner (Wakashimazu Ken). Un mito che è diventato paradigma del calcio, portando la sua onda lunga fino ai giorni odierni… pur avendo ben poco a che fare col calcio! Sì, perché, parliamoci seriamente, ben poco di ciò che si vedeva negli episodi del cartone poteva avere un riscontro nella realtà: tiri a potenza spaventosa, al punto da deformare il pallone o farlo sparire, o portare in porta il portiere; azioni lunghissime sulla fascia, talmente lunghe che il protagonista aveva il tempo di ripensare, talvolta per più di una puntata, alla propria vita e senza mai subire un contrasto uno; squadre costrette ad inseguire il portatore di palla ad ogni cambio di possesso, come se tuti e 10 fossero stati nell’area avversaria; giocatori che saltavano sulle traverse o si lanciavano tra di loro, usando il proprio corpo come catapulta, cosa oltre che irregolare, ma anche impossibile, se non pericolosa; campi di calcio con la porta che compariva dietro la linea dell’orizzonte (alla faccia dei terrapiattisti); kamikaze che si lanciavano con piedi a martello sulle caviglie degli avversari, regolarmente saltati con un balzo mentre continuavano a scivolare via o che colpivano quasi troncando la carriera al malcapitato senza che fosse fischiato un fallo uno, ma, anzi ricevendo complimenti da uomo vero; cartellini dell’arbitro (rarissimi) che si alzavano ma restavano in ombra, creando la suspance se fossero gialli o rossi; malati di cuore a cui veniva concesso di giocare ugualmente (anche se Julian Ross sarebbe stato in assoluto il migliore NdR), infortunati che giocavano con una gamba sola e giocatori chiamati alla sostituzione provenienti dalle tribune, alla faccia delle liste; partite giocate all’infinito, con tempi supplementari ad oltranza prima di decidere di dare il titolo ad entrambe le squadre. E poi parliamoci chiaramente: perché Holly e Benji, se Benji per via di infortuni vari in tutte le serie prodotte giocherà sì e no 3 partite intere? Comunque i ragazzi terribili giapponesi hanno fatto strada: non solo nel proprio universo di fantasia, dove hanno vinto qualsiasi cosa, persino campionati mondiali giovanili e non (con una nazionale dalle convocazioni discutibili, ovvero la stragrande maggioranza dei giocatori della New Team – Nankatsu nell’originale – assieme ai più pittoreschi delle altre formazioni, oppure altre decise dopo una partita tra convocati e giovani virgulti vogliosi di entrare in nazionale), ed hanno spiccato il volo verso i più importanti campionati (Holly prima al Santos e poi al Barcellona, Mark alla Juve, seppur definita Piemonte, Rob Denton all’Inter, col nome di Lombardia), ma anche nella vita reale, dove le serie si sono succedute arrivando persino a produrne alcune ai giorni nostri, e il successo si è protratto inalterato nel tempo, tanto che oggi esiste ancora un fiorente merchandising, in Giappone ci sono statue dei giocatori a grandezza naturale sparse in diverse città, le parodie non si contano più e probabilmente sono in pochi quelli che non sanno cosa sia una catapulta infernale o un tiro della Tigre…

IN TONO MINORE ARRIVA RUDY – Sul successo dei suddetti, il Giappone ci riprova e nel 1986 esce il manga Gambare Kickers!, letteralmente Lottate Calciatori!, da cui nasce l’omonimo anime che in Italia arriva nel settembre 1988 col titolo di Palla al centro per Rudy. Proprio per sfruttare il successo di Holly e Benji in Italia si crea ad arte un collegamento che nell’originale giapponese non esiste (esattamente come Mila che NON è mai stata la cugina di Mimì…), dicendo che Rudy proviene dalla Saint Francis, la squadra di Benji prima di entrare nella New Team. Il cartone, che narra le vicissitudini calcistiche del buon Rudy impegnato in appassionanti partite di calcio giovanile, ha un discreto successo anche da noi. La credibilità atletica è la stessa della sorella più famosa, e qui il buon Rudy qualche partita arriva pure a perderla, ma il ricordo che lascia è flebile e, comunque, limitato, probabilmente agli appassionati bambini dell’epoca, senza che l’onda lunga sia pervenuta fino a noi.

E ALLA FINE ARRIVO’ IL CALCIO VERO – Gli anni sono passati e i bambini sono cresciuti. Ma la voglia di calcio dei giapponesi, ora poi che hanno anche una Nazionale decisamente più competitiva e in grado di togliere qualche soddisfazione ai propri tifosi, almeno a livello continentale, non è mutata. Neppure quella di raccontarlo. Sono cambiati i target, ma, soprattutto, è mutato il modo in cui si vuole raccontarlo, perché alle capriole, ai tiri a voragine, ai lampi di luce, ai campi con la gobba e alle prestazioni atletiche impossibile di giocatori volanti, si è sostituita, finalmente verrebbe voglia di dirlo, la capacità di rappresentarlo nel modo più realistico possibile. E, così, nel 2007 esce in Giappone il manga Giant Killing, che arriverà in Italia nel 2012. Il fumetto racconta la storia dell’ETU, l’East Tokio United, squadra della capitale che non nuota in buonissime acque e che decide di ingaggiare alla guida tecnica un ex calciatore, Tatsumi Takeshi, grande stella del passato proprio dell’ETU, costretto a smettere presto per un brutto infortunio, che, riciclatosi allenatore, ha recentemente ottenuto brillanti risultati con una squadra amatoriale inglese. Il fumetto è calcisticamente davvero perfetto ed appassionante: i movimenti sul campo sono reali, nessuna esagerazione o prestazione atletica fuori dall’ordinario; ci sono amichevoli precampionato, allenamenti, infortuni più o meno gravi, pause delle Nazionali, convocazioni da parte delle rappresentative giovanili, cartellini e squalifiche, fuorigioco e proteste; le partite sembrano davvero giocate e non sono per nulla scontate. Insomma ci si trova di fronte al racconto di una squadra come dovrebbe essere e ci si trova a seguire partite che potrebbero essere perse o pareggiate anche negli ultimi minuti, anche se sembrerebbe scontato un risultato diverso perché farebbe comodo ai successi della società. Insomma non è più la New Team che non perde una partita – e chi guarda il cartone lo sa già dall’inizio del match – ma una squadra che riesce ad inanellare persino 4 sconfitte consecutive che la portano giù in classifica. Si vive, insomma la partita sulla carta come se si seguisse una partita alla tv e ci si trova a provare le stesse emozioni, venendone trascinati ed appassionati. Il manga è ancora in produzione in Giappone e, con qualche mese di ritardo rispetto all’originale, sta proseguendo la serializzazione anche qui da noi, avendo superato già i 40 numeri. Nel 2010 in patria è stata prodotta anche una serie anime che qui da noi non è ancora arrivata. Speriamo accada presto.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *