La Tribù del Calcio, il nuovo lavoro di Gianfelice Facchetti

UNA TRIBU’ DIETRO AD UN PALLONE – Gianfelice Facchetti, il figlio del mitico difensore dell’Inter, uno dei più grandi interpreti del suo ruolo a livello mondiale, tra gli anni ’60 e ’70, uno di quelli della Grande Inter, colpisce ancora. Dopo aver mietuto successi in giro per l’Italia con lo spettacolo Eravamo quasi in cielo dedicato all’impresa (mai del tutto riconosciuta) dei Vigili del Fuoco della Spezia che vinsero uno scudetto nel 1944 tra i bombardamenti (e di cui si è già parlato in questo sito), torna sul palco con uno spettacolo dedicato al calcio, La Tribù del calcio, adattamento del libro di Desmond Morris.

Uno spettacolo in cui, ancora una volta, il calcio non viene trattato in modo banale e scontato: non semplice racconto di imprese sportive, ma paradigma dell’esistenza stessa, che ha accompagnato fin dai tempi antichi. Immaginandoci tutti appartenenti ad una grande tribù, Facchetti ripercorre la storia stessa dell’umanità, mostrando come le scoperte e le esigenze l’abbiano naturalmente portata a dare un calcio ad un pallone e, in questo, a provare piacere e distrazione. Che sia stato un polveroso campo di periferia o un campo di battaglia durante la Guerra Mondiale. Attraverso la storia del rapporto dell’uomo col pallone, l’attore ne approfitta per trattare, anche, le varie sfaccettature del sentimento umano, dalla gioia, alla delusione fino alle pieghe più grevi dell’insulto “organizzato” tra gli spalti di uno stadio.

Nel suo percorso storico Facchetti tocca tappe importanti, portate ad esempio di quali sentimenti provi la tribù del calcio, così si parla di drammi, come quello che colpì un’intera nazione, il Brasile, dopo la Finale casalinga del Mondiale ’50, che, con Ghiggia sugli scudi, consegnò all’Uruguay un titolo che sembrava dover avere altra via, o di sogni, come quello di un bambino che cominciò lustrando scarpe ed arrivò a diventare il più grande di tutti. Fino all’ingiustizia, quella che, da decenni colpisce la famiglia di Donato Denis Bergamini, il “calciatore suicidato” per dirla con il titolo di un libro, ucciso tra mille bugie e i cui responsabili devono ancora pagare, ma che Facchetti tira fuori dal dimenticatoio (non di tutti, ma di tanta parte della società, amante del calcio o meno) e lo riporta idealmente nello spazio che gli competerebbe, tra le figure dei giganti del calcio, come Ghiggia e Pelè.

Artista poliedrico, che nello spettacolo si lancia anche in discipline artistiche a lui finora lontane, come il canto e il ballo, Facchetti intreccia la storia della tribù del calcio alla sua, quella di una giovane speranza che giocava in porta nelle giovanili dell’Atalanta, ma che in questo mondo non trova a pieno la sua via, e di uno spettatore privilegiato della storia del calcio, vista attraverso gli occhi di un papà che quella Storia ha contribuito a scriverla. Ne esce una prova sopraffina, di pura poesia, di divertimento, di riflessione in una storia che non piace solo agli appassionati di calcio, ma cattura tutti, anche chi dal mondo pallonaro si tiene normalmente distante. Poco più di un’ora che vola tra le parole di Facchetti, narratore eccelso, e le note del quartetto di fiati e percussioni, La Banda del Fuorigioco, che lo accompagna magistralmente. Insomma se papà fu un fuoriclasse su un campo da calcio, Gianfelice lo è senza ombra di dubbio sul legno di un palco.

Chiuso il ciclo milanese, che ha portato a 6 serate, tra il 14 e il 19 gennaio, da tutto esaurito, al Campo Teatrale, ora Facchetti, che, intanto, è impegnato nel progetto “La stella di cartone” ciclo di podcast a puntate sul sito di Repubblica per narrare un’altra bella storia, quella del Casale, la prima cenerentola del campionato italiano, lavora per portare La tribù del Calcio in giro per l’Italia. E questa è una bella notizia perché il calcio, se raccontato dalle persone giuste, diventa la favola più bella del mondo.

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