Tutto quello che abbiamo riscoperto…

PREMESSA: chi segue Sportmain da qualche anno si sarà reso conto di una cosa: all’inizio ero solita scrivere articoli seri, dettagliati, non sempre concisi ma efficaci. Poi arrivarono le Olimpiadi di Rio e la mia vena più ironica trovò spazio, tanto da farmi cambiare registro anche negli articoli successivi.
In questi giorni da ridere c’è ben poco (direi nulla), ma se queste mie righe possono strapparvi un mezzo sorriso o un briciolo di speranza per il futuro, pur parlando di cose serie e non sempre con ironia, o se solo vi riempirò qualche minuto di questo giornate senza fine, ecco avrò raggiunto il mio obiettivo.

Era un giorno di gennaio… tutto inizia così. Purtroppo negli ultimi anni ho trovato sempre meno tempo da dedicare alla scrittura su Sportmain, ma avevo promesso ai miei compagni di avventura di scrivere un articolo (con il mio stile ironico) sul mercato dell’Inter. Avevo anche il titolo “Da un’Inter young a uno Young per l’Inter”. Lo avevo tutto nella mia testa, dovevo trovare solo qualche minuto per metterlo nero su bianco. Ma non riuscii a trovare quei pochi minuti e passarono i giorni. Promisi allora di scrivere qualcosa sull’Inter, sulle ambizioni e sulla realtà delle cose, ma non feci in tempo. Arrivò lui prima di me e tutto cambiò.
Detta così sembra l’inizio di una di quelle storie d’amore ambientate nel nord Europa da cui traggono i film che ci propinano d’estate. E invece no. Di romantico non c’era nulla, almeno in principio.
Era arrivato lui, il virus che tutto può. Il virus che in poche settimane è riuscito a fermare tutto come solo la guerra e qualche suo vecchio parente avevano fatto. Quello che hanno chiamato Covid-19, ma che avrei chiamato Covid-20 visto che questo 2020 lo ha sconvolto fin da subito.
Sembrava una cosa lontana. Era là, in Cina, così distante da noi, e come per altre epidemie che qui non erano arrivate abbiamo tutti pensato che qui non sarebbe successo nulla.
E invece… e invece ci siamo trovati in poche ore dall’essere al sicuro all’essere in guerra. E in quel momento qualcuno ha pensato allo sport? Diciamoci la verità. No, o almeno penso. Ma qualcuno doveva pensarci. Si è aspettato fino a quando è stato possibile, poi man mano le federazioni hanno preso in mano la situazione. Si è discusso tanto su cosa fare, su come farlo. Perché se per gli altri sport lo stop è passato quasi in sordina, per il calcio la questione è diversa. “Toglietemi tutto ma non il calcio (e la mamma)” è probabilmente da sempre il motto degli italiani. Se poi ci si mette il giro economico che c’è dietro è facile capire che il riuscire a pensare prima alla salute e poi al calcio non fosse così semplice (e qui ovviamente la mia ironia si spreca). Iniziarono con le porte chiuse, come se il virus si informasse prima se chi aveva davanti appartenesse alla categoria “tifosi” o alla categoria “calciatori e simili”. Poi ci furono i rinvii, e i recuperi. Poi la sospensione. E nel frattempo? Nel frattempo, ma lo abbiamo scoperto solo in questi ultimi giorni, ci sono stati i contagi.
A dire la verità sono arrivati prima all’estero, dove l’epidemia sulla carta è ancora all’inizio o contenuta (se ci atteniamo a quello che ci fanno sapere). E la preoccupazione è salita. Poi sono arrivati qui. Prima uno, poi due, poi altri tre, poi ancora uno e poi altri due. Allenamenti sospesi, squadre in quarantena e alla fine lui, quel romanticismo che avevo detto che non c’era in questa storia. E invece eccolo lì che furtivo si è calato nella parte della speranza. Perché a sentire i nomi dei giocatori e degli altri contagiati nel mondo dello sport ci siamo scoperti uniti. Non abbiamo chiesto quale maglia indossassero ma gli abbiamo augurato una pronta guarigione. Proprio come a ognuno delle migliaia di contagiati nel mondo. Ci siamo sentiti uniti, come forse non siamo riusciti a esserlo nelle ultime settimane neanche “per legge”.
Abbiamo riscoperto la passione per lo sport, non importa quale, quella che ci fa sentire uguali anche se tifiamo per colori diversi, a un interista è dispiaciuto per uno juventino, come a un ferrarista per uno della McLaren. Abbiamo riscoperto la voglia di essere sportivi, praticanti o meno, perché quella frase fatta “ti accorgi di cosa è importante quando la perdi” non è mai stata vera come in questi giorni. Lo abbiamo riscoperto noi adulti che dovremmo essere più capaci di capire perché è necessaria questa “mancanza” e abbiamo l’ingrato compito di farlo capire ai bambini, a quelli (come mio figlio) che chiedono perché non possano allenarsi con i propri amici.
Abbiamo riscoperto la sensazione che solo i Mondiali o le Olimpiadi regalano a molti di noi, di sentirci parte di una cosa sola, la nostra Nazione. Abbiamo gioito per la Coppa del Mondo vinta da Federica Brignone, da Michela Moioli e da Dorothea Wierer un po’ tutti. Anche quelli che a malapena sanno la differenza tra discesa libera e slalom gigante, tra sci e snowboard o che non sanno neanche cosa sia il biathlon.
E abbiamo capito che lo sport ci unisce non solo ogni quattro anni, ma sempre, soprattutto quando ci manca, perché è passione, è gioia e dolore, è abbracci e qualche insulto, è vita. E in questi giorni di “vita al rallentatore” di queste cose avremmo enormemente bisogno.
“Andrà tutto bene” ci ripetiamo e sarà così, torneranno le giornate frenetiche, la mancanza di tempo, i problemi e le risate con gli amici. Tornerà tutto e tornerà lo sport. Torneranno le partite e le gare e torneremo a essere semplici tifosi, ognuno per la sua squadra, per il suo team, per la sua Nazione.
Ma prima tutti insieme urleremo e ci stringeremo in quegli abbracci che non ci siamo potuti dare per giorni per la vittoria più importante di tutte: quella contro il virus.
Quindi visto che dobbiamo rimanere in casa di corsa a fare gargarismi e esercizi con le braccia, perché non possiamo farci trovare impreparati quando dovremo festeggiare!

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