[FLORE DI CAMPO] “Si sta come, / d’autunno, / sulle panchine i tecnici”. (Anatomia di un mestiere)

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domenica 29 novembre 2009

È quando il freddo comincia a farsi più pungente, i turni infrasettimanali più frequenti, l’estate un pallido ricordo (come una “Gazza” comprata a luglio e rispolverata oggi col suo rosa slavato) e tu cominci a memorizzare persino il nome per esteso dell’esterno portoghese che la Lazio ha ingaggiato, che li vedi. Chi già a terra, chi in caduta libera volteggiando su sé stesso, chi ancora ostinatamente sul ramo ma destinato a cadere al minimo scossone o semplicemente per inerzia: ma tutti vittime di un destino ineluttabile che in inverno avrà già cambiato il volto dei nostri alber… pardon, della nostra Serie A. Elogio dell’allenatore moderno, foglia col foglio di via inscritto nel DNA.

PEP&WIN – Tutto é(ra) ricominciato con Guardiola e la scommessa del Barcellona che, sulle macerie della gestione Rijkard (altro tecnico rampante che pure ha ampiamente vinto la sfida portando i catalani sul tetto del mondo), ha affidato la fuoriserie blaugrana a Pep, monumento del “Camp Nou” ma praticamente a digiuno di panchina. L’ex-regista ha avuto carta bianca per eliminare dalla fuoriserie quegli optional (Deco, Ronaldinho) poco utili al progetto di “maquina” da calcio che aveva in mente. E ha stravinto. Facile direte voi, con questo Barça. Ma il nuovo azzardo del presidente Laporta ha dato i suoi frutti, tanto è vero che il leitmotiv imperante sulla stampa nostrana quest’estate era: scovare la versione all’amatriciana del tecnico spagnolo, cavalcando l’onda lunga proveniente dalla penisola iberica. Tutta questa lunga premessa per vedere, a distanza di alcuni mesi, cosa ne è stato dei Guardiola nostrani e capire come la ‘direttiva europea’ sia stata recepita dal campionato italiano.

LA RIVOLUZIONE… – Ebbene, della rivoluzione estiva oggi sembra essere rimasto ben poco. Non che i vari Leonardo e Ferrara siano già a spasso ma il clima che si respira, tra addetti ai lavori e da osservatori esterni, è quello di una sorta di ‘restaurazione’ (quantomeno a livello concettuale): presentati con enfasi – e con una buona dose di pressapochismo: ma, ne conveniamo, sono le esigenze di una stampa alla canna del gas che vuole sopravvivere – come gli emuli del buon Pep per via della carta d’identità, il buon Leo e quella simpatica canaglia di Ciro sono già passati dall’altare alla polvere, e ritorno. Troppo bulimica la voglia di rimangiarsi i titoloni estivi; tutta italiana la smania di non saper (voler?) mai guardare in prospettiva, accondiscendendo al populismo che ha sempre bisogno di un rogo per spegnere i bollori.

… E LA RESTAURAZIONE – Così, se Leonardo è dovuto partire con nelle orecchie le pernacchie e le risatine di opinionisti e degli stessi tifosi rossoneri (sic!) prima di trovare la quadratura del cerchio al Milan e far salire sul carro del vincitore i soliti ritardari, Ferrara (checché se ne dica, ad un passo dall’eliminare il Bayern in Champions’ ed in scia dell’Inter in campionato) deve leggere i diktat del foglio sportivo torinese che già sbatte i mostri in prima pagina e usa tutta la rosa dei sinonimi del termine ‘vergogna’ nei suoi editoriali. I due tecnici, al primo campionato vissuto su una panchina, come dice Fossati hanno già dovuto mostrare “la loro faccia più dura, per non far vedere che han paura”, perché in questo mondo se ti mostri debole sei finito; hanno dovuto indossare, loro malgrado, i panni che il ruolo impone (anti-Inter, pro-Lippi e così via) perché alla gente poco gliene frega di come schierano la difesa e se preferiscono una o due punte; sono costretti a portarsi l’etichetta di nuovi Guardiola ma senza aver dietro la fiducia e la libertà concessa al catalano. Fino a giugno nessuno oserà (lo speriamo…) chiederne la testa se non vinceranno: certo è che questa new-wave italiana nasce già vecchia. E molto poco onda.

“MISTER, HO UN PROBLEMA COL CICLO” – Se dalla Spagna arriva il modello più ‘in’ della nuova collezione calcistica, è in Inghilterra che i dottori nostrani guardano quando si celebra il decano degli allenatori moderni, ovvero Alex Ferguson. Che, lo ricordiamo, ha impiegato alcuni anni prima di riportare il Manchester agli antichi fasti. Alle nostre latitudini a certi presidenti potrebbe venire un coccolone se dovessero pensare di concedere al proprio allenatore qualcosa in più dei classici quattro mesi di prova: il panettone costa troppo (anche per causa loro: certi ingaggi non vengono strappati certo con la pistola puntata alla tempia) e poi vuoi mettere la perversa gioia di smontare e rimontare il giocattolo a nostro piacimento? Moratti, nei primi anni della sua gestione, era un maestro in questo e tanti suoi ex-tecnici oggi invidiano alla nuova Inter non la rosa competitiva o altro ma il ritrovato senno del Lider Massimo nerazzurro che finalmente concede tempo ai Mancini, dà carta bianca (e verde: 11 milioni di ingaggio) ai Mourinho e flirta coi Blanc garantendogli ‘piani quinquennali’. E che dire di un De Laurentiis, parvenu che già si è adeguato alla moda, affidando in corsa a Donadoni una squadra allo sbando e subito togliendogliela dopo aver fatto una (dispendiosa) campagna-acquisti in funzione del tecnico bergamasco. O di uno Zamparini che – deo gratia – rimane una certezza ed esonera con un timing perfetto Walter Zenga perché forse aveva preso in parola la celebre dichiarazione del “puntiamo allo scudetto”: che si trattasse di due personalità che prima o poi sarebbero entrate in rotta di collisione lo si sapeva, ma per favore ci venga risparmiato il trito teatrino su ‘cicli’ e ‘programmazione’. In tempi di precariato, nemmeno il mestiere del mister si salva. Con la differenza, però, che con certi presidenti la cassa integrazione equivale ad un vitalizio. Firmato Roberto Mancini.

UNA CATEGORIA F(L)ESSIBILE – Dura la vita dell’allenatore italiano, dunque. Perfetto specchio di quanto accade negli altri settori della società. Ad agosto fai le foto di rito, a settembre spieghi il tuo modulo, ad ottobre lo devi giustificare e a novembre (se ti va bene….) devi cambiarlo. La chiamano flessibilità e in fondo serve a dare lavoro a quella schiera di tecnici che ogni anno aspetta l’occasione giusta per subentrare o che addirittura si è ormai specializzata nel salire in corsa sul treno che sta deragliando. Dice: con quello che guadagnano e le buonuscite che prendono (vedi sopra) è il minimo. Dico io: fatte le debite proporzioni, c’è un lavoro più ingrato di quello del ‘conducador’? Se perdi sei una schiappa; se vinci ma non sai porti (in tempi di ‘Special Ones’) prima o poi lo diventerai; se ti poni bene e non vinci… beh, no, forse qualche speranza ce l’hai. Una categoria flessibile, nel senso che a volte deve pure piegarsi alle bizze dei datori di lavoro che tolgono al povero tecnico la prerogativa per cui erano stati assunti: e guai se non lo fai. Quelli dei Moriero, degli Allegri, dei Giampaolo (quest’ultimo poi, uno dei pochi veri innovatori degli ultimi anni ma confinato da anni in provincia, rischia di ‘bruciarsi’ semplicemente perché di più basso lignaggio di un Leonardo qualsiasi) sono casi sporadici: poco il tempo per dare alla squadra la propria impronta ed insegnare calcio; sempre molto quello che si passerà a mangiarsi le mani per un esonero avventato. Ora va bene tutto – perché il sale del lavoro più agognato dal maschio medio italiano è tutto in questa straordinaria, maledetta precarietà – ma il sindacato degli allenatori faccia sentire la sua voce: che qua, diciamocelo, ‘nisciuno è flesso.

[Leggiamo da qualche parte i nomi di Donadoni, Giampaolo, Gregucci, Papadopulo, Ruotolo, Spalletti, Zenga (in rigoroso ordine alfabetico) e poi, nelle nostre passeggiate tardo-autunnali, osserviamo quella pioggia di foglie secche e rossastre, rassegnandoci a pensare che in fondo va così da sempre. Solo poche di esse arriveranno a primavera. Per tutte le altre, dice il poeta: “Ognuno sta solo sul cuor della panca / trafitto da sei pareggi di fila: / ed è subito esonero”.]

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